L'Islam a casa nostra

Viaggio in Eurabia, dove le campane non suonano più. Sardone e l'Islam a casa nostra

Silvia Sardone

A Colonia, in Germania, i segnali di islamizzazione sono ovunque e ci indicano chiaramente che l’incubo Eurabia tratteggiato da Oriana Fallaci è dietro l’angolo. Eppure, passando davanti al maestoso Duomo, ti trovi di fronte a una delle chiese più imponenti della cristianità europea. Purtroppo quel simbolo, che ha resistito anche alle bombe della Seconda Guerra Mondiale, è ormai solo una scenografia da cartolina, perché qui e in tutta la Germania cresce una presenza islamica organizzata e aggressiva che ridisegna interi quartieri e persino lo skyline.

 

 

La Moschea Centrale di Colonia domina infatti il paesaggio con i suoi due minareti da 55 metri e la grande cupola. È un complesso monumentale costato circa 30-34 milioni di euro, finanziato in larga parte dall’Unione turco-islamica per gli Affari religiosi. Nel 2018 a inaugurarla è arrivato personalmente il presidente Erdogan, trasformando una cerimonia religiosa in un atto politico. Gli imam che predicano in queste moschee sono dipendenti pubblici turchi, pagati direttamente da Ankara e inviati qui come veri e propri agenti del governo turco. Nel 2024 il club di calcio di Colonia ha persino messo la sagoma di questa moschea sulla maglia ufficiale, chiamandola «omaggio all’inclusione».

Arrivando davanti alla moschea di venerdì, due cose colpiscono immediatamente: la prima è il richiamo del muezzin che si sente in tutto il quartiere. Dal 2021 infatti a Colonia è stato introdotto un progetto che consente alla chiamata alla preghiera di essere diffusa dagli altoparlanti di diverse moschee. Il sindaco di Colonia ha parlato di «segno di rispetto», come se non ci fosse alcuna differenza tra il suono delle campane di una città cristiana e il richiamo del muezzin legato a un’espansione identitaria dell’islam politico in terra europea.

Non è finita qui, perché nella via principale del quartiere da settimane ci sono le luminarie per il Ramadan. Mentre in tutta Europa censuriamo le nostre tradizioni, togliamo i crocifissi dalle scuole e cancelliamo i canti di Natale o i presepi, qui avviene il contrario: luminarie per il Ramadan a sancire una clamorosa integrazione al contrario. A pochi passi dal Duomo c’è la piazza della stazione ferroviaria: qui, il 31 dicembre 2015, durante i festeggiamenti di Capodanno, si è consumata una delle pagine più vergognose della storia europea recente. Oltre 1000 uomini hanno circondato, molestato, aggredito sessualmente e derubato circa 1200 donne tedesche. Gli autori, in gran parte immigrati, hanno usato una tecnica precisa, quella del «taharrush gamea», un termine arabo che significa «molestie collettive», in cui le donne vengono isolate e sottoposte a violenze. Tutti ricordano la reazione delle autorità tedesche e della sinistra europea: prima la censura della notizia per giorni, poi la minimizzazione, poi le accuse a chi denunciava di alimentare l’odio razziale. Quelle immagini si sono riviste per ben due volte durante i festeggiamenti di Capodanno a Milano.

Il tour nell’islamizzazione finisce nei quartieri islamici come Keupstraße, la «piccola Istanbul», dove trovi solo negozi turchi, uno dopo l’altro. Qui e altrove vediamo in pieno la realtà della sostituzione, demografica ma anche culturale, che sta avvenendo sotto i nostri occhi. E mentre tutto questo accade, mentre interi quartieri delle nostre città vengono trasformati in copie di Istanbul o del Cairo, la sinistra continua a parlare di arricchimento culturale, di diversità, di inclusione.

Ma ditemi: dov’è l’inclusione quando i cittadini europei si sentono stranieri nei loro stessi quartieri? Dov’è la diversità quando l’unica cultura visibile è quella islamica? E quando qualcuno osa parlare dei diritti delle donne negati in molte comunità musulmane, del dramma delle spose bambine e dei matrimoni combinati, dell’islam politico che si insinua nelle istituzioni, della sharia che prende spazio nei quartieri, viene immediatamente etichettato come islamofobo, estremista. Difendere la nostra identità non è razzismo, è sopravvivenza. Ma se non ci svegliamo, questo scenario di islamizzazione non sarà più l’eccezione, ma la regola.