la testimonianza
Malagiustizia: 16 anni di calvario, 3.200 euro di risarcimento
Per chi non ha ben chiaro come funzioni il sistema giudiziario italiano, e quindi è indeciso su come votare al referendum, mi permetto di raccontare la mia vicenda processuale. Può essere d’aiuto.
Nel 2008, a 37 anni, venni nominato dall’allora sindaco di Parma Pietro Vignali, eletto da pochi mesi, dirigente esterno del Comune. Mi furono affidate tre deleghe importanti: polizia municipale, sicurezza urbana, protezione civile. In quel momento Parma era l’unico capoluogo di provincia dell’Emilia-Romagna guidato da un’amministrazione di centrodestra. Una «anomalia» che non passò inosservata. Sarà stato un caso, certo. Ma proprio allora i pm di Parma, quelli che prima del crack Parmalat non si erano mai accorti dei bilanci truccati, forse perché troppo impegnati a salire e scendere dal Cessna di Callisto Tanzi per seguire da vicino i trionfi calcistici di Buffon e Cannavaro in giro per l’Europa, scatenarono contro la nuova amministrazione una offensiva giudiziaria senza precedenti. Uno dopo l’altro finirono tutti nel registro degli indagati: sindaco, assessori, direttore generale, segretario generale, dirigenti, interi Cda di società partecipate. I reati contestati coprivano l’intero catalogo di quelli contro la Pubblica Amministrazione: peculato, corruzione, falso. E naturalmente abuso d’ufficio. Su qualunque iniziativa si apriva un procedimento penale. Dalla realizzazione di una strada all’acquisto di un pulmino. Un’attività investigativa che non trovava riscontro negli altri enti locali della Regione, quasi tutti a guida Pd. Dove, evidentemente, la correttezza amministrativa non può mai essere messa in discussione.
Il 24 giugno 2011, giorno di San Giovanni, il mio onomastico, insieme ad altri due dirigenti venni arrestato. I finanzieri, poi tutti premiati con encomi, fecero irruzione prima dell’alba. Sotto casa, ad aspettarmi, c’erano già le troupe televisive. Posso affermarlo ancora oggi con assoluta certezza: non le avevo avvisate io.
Dopo il mio arresto in diretta tv ne seguirono molti altri nelle settimane successive. Ricordo quello dell’assessore di Forza Italia Giovanni Paolo Bernini e quello dell’ingegnere Ivano Savi. Entrambi non hanno retto il peso dell’inchiesta e ci hanno lasciato prematuramente. L’ultimo ad essere arrestato fu il sindaco. L’amministrazione di centrodestra finì così, prima del tempo. A Parma arrivò un commissario straordinario.
La Procura diede alle indagini nomi che evocavano mazzette e contanti: Green Money, Easy Money, Spot Money, Public Money.
Il Corriere, in quelle settimane, pubblicò un reportage dal titolo quanto mai sobrio: «Parma, la città dove tutti rubavano».
Ad ogni arresto seguiva una conferenza stampa. Il procuratore, per la gioia dei giornalisti, dava vita a veri e propri spettacoli improvvisati nel suo ufficio. Uno dei numeri più gettonati era la lettura delle intercettazioni, ancora coperte da segreto perché non depositate, imitando la voce dell’intercettato e poi lasciandosi andare a commenti feroci.
Io, ad esempio, venni definito «succube» e «asservito» a non meglio precisati «poteri forti».
Fu un ritorno agli anni ruggenti di Mani Pulite in salsa parmigiana. Con la folla assiepata sotto la Procura con il procuratore dipinto come il «novello» Antonio Di Pietro. Gli ingredienti, in effetti, c’erano tutti. E furono stigmatizzati dagli avvocati: «Passerelle mediatiche degli arrestati», «ritardata iscrizione nel registro degli indagati», «abuso della custodia cautelare come strumento di pressione», «interrogatori surrettizi in assenza di garanzie difensive», «sistematica pressione sugli indagati finalizzata a ottenere collaborazioni».
Ma veniamo alle accuse.
La principale nei miei confronti era quella di aver preso una stecca da 5.000 euro su un appalto da 10.000 per la realizzazione del canile della polizia municipale. Un’accusa lunare. Quale imprenditore, per aggiudicarsi un lavoro, pagherebbe una tangente del 50 per cento? Se esistesse un corso universitario in tangenti, sarei titolare della cattedra.
La mazzetta sarebbe stata consegnata sotto forma di «utilità»: la sistemazione di un gigantesco ulivo secolare nella mia presunta villa al mare a Santa Marinella. L’interrogatorio di garanzia in carcere fu una farsa. Avevo in mano solo l’ordinanza cautelare. Provai a spiegare la correttezza del mio operato e, soprattutto, che quell’ulivo non lo avevo mai ricevuto.
Ovviamente non venni creduto. Rimasi in prigione nonostante mi fossi dimesso dall’incarico.
Dopo 40 giorni in regime di massima sicurezza fui mandato ai domiciliari, dove rimasi due mesi. Poi altri due mesi con l’obbligo di dimora.
All’inizio di dicembre 2011 ero finalmente libero. E al tempo stesso disoccupato.
Per anni non seppi più nulla del procedimento. A un certo punto, ingenuamente, pensai fosse stato archiviato. In Italia, dove talvolta i magistrati si dimenticano perfino di scarcerare le persone, non c’è da stupirsi.
Nel frattempo avevo cambiato città, mi ero sposato, ed ero diventato giornalista grazie a Piero Sansonetti, che ringrazio ancora oggi per avermi dato l’opportunità di scrivere. Il 20 luglio 2015 mi squillò il telefono. Era la Guardia di Finanza: mi cercavano urgentemente per notificarmi l’avviso di conclusione delle indagini.
Ero fuori città per lavoro. Chiesi un giorno di tempo per organizzarmi. Niente da fare. La Procura aveva impiegato quattro anni per chiudere le indagini. Ma se io avessi ritardato anche solo di un’ora, sarebbe scattato l’accompagnamento coatto.
Succede anche questo.
Con la chiusura delle indagini ebbi finalmente la possibilità di leggere cosa avessero contro di me.
Gli atti erano racchiusi in 24 faldoni dal peso complessivo di circa un quintale. Per averli bisognò sborsare 7.000 euro, cifra poi divisa con gli altri indagati.
Scoprii subito di essere stato intercettato per un anno. E scoprii anche che le proroghe del gip erano semplicemente il «copia e incolla» della richiesta del pm, che a sua volta era il «copia e incolla» di quanto scritto dal maresciallo che mi ascoltava ogni giorno. Oltre alle telefonate, il mio ufficio era stato riempito di cimici e telecamere. E non mancavano decine di pedinamenti in giro per l’Italia. Costo del «servizio», come da nota spese allegata: circa un milione di euro.
Venni coinvolto formalmente nell’inchiesta Green Money il 23 febbraio 2010. Quel giorno la Guardia di Finanza depositò alla pm titolare del fascicolo la trascrizione di un colloquio risalente a quattro mesi prima.
In quella conversazione l’imprenditore, poi mio coindagato, raccontava alla sua collaboratrice che gli avrei promesso l’affidamento senza gara della gestione dei bagni pubblici per un importo di 280.000 euro.
All’inizio non capii il senso di quel deposito tardivo. Poi lo capii.
A giugno 2009 avevo avviato una procedura selettiva, tramite pubblico avviso, per individuare un dirigente esterno a tempo determinato incaricato delle ordinanze sindacali in materia di sicurezza urbana. A quella selezione aveva partecipato, senza che io lo sapessi, il marito della pm. A fine agosto il marito della magistrata venne escluso dalla commissione esaminatrice. Commissione di cui ero il presidente. Sarà stata un’altra coincidenza. Ma poco dopo spuntò quel surreale colloquio. E venne usato per iscrivermi nel registro degli indagati per corruzione e avviare nei miei confronti l’attività intercettiva.
E questo nonostante l’evidente incongruenza: quale ruolo avrebbe potuto avere il direttore del Settore Sicurezza nella gestione dei bagni pubblici cittadini?
Per un intero anno quella intercettazione venne utilizzata per giustificare tutte le proroghe successive senza che nessuno degli inquirenti si premurasse di verificare che il comune di Parma non aveva mai nemmeno ipotizzato un appalto di quel genere.
Non bastava. La stessa intercettazione venne usata dal gip per motivare la custodia cautelare nei miei confronti.
Domanda forse ingenua: in quale altro Paese un magistrato fa arrestare colui che ha bocciato il marito ad un concorso e non si astiene per evidenti ragioni di opportunità?
Il conflitto d’interessi della magistrata, finalizzato al «ricongiungimento familiare», perché il consorte lavorava a centinaia di chilometri di distanza, divenne di pubblico dominio. E scatenò polemiche.
Ci furono diverse interrogazioni parlamentari, fu aperto un procedimento penale e uno disciplinare presso la Procura generale presso la Cassazione. Finì tutto in una bolla di sapone.
La magistrata, nelle sue memorie, sostenne sostanzialmente di non sapere cosa facesse il marito e che, comunque, l’indagine non avrebbe avuto alcun rilievo sulla mia carriera. Tesi accolta dalla Procura generale.
Di diverso avviso fu la Procura di Ancona, secondo cui «le valutazioni tratte in merito in sede disciplinare» apparivano «frutto di errata informazione sui fatti».
L’indagine penale si chiuse con una formula bizantina.
La Procura di Ancona, competente per i reati commessi dalle toghe emiliane, scrisse che la magistrata aveva l’obbligo di astenersi poiché aveva un «interesse personale». Ma il procedimento per abuso d'ufficio doveva essere archiviato in base a un presunto rapporto di «pregiudizialità». In altre parole: prima dovevo subire il processo e venire assolto. Solo allora si sarebbe potuto procedere contro la magistrata per aver strumentalizzato l’inchiesta a fini personali. Nel frattempo, naturalmente, il suo reato si sarebbe prescritto. In questa situazione folle non poteva mancare il solito comunicato di tutela dell’Associazione nazionale magistrati: «Respingiamo con forza la tesi secondo la quale la magistratura farebbe deliberatamente un uso aberrante delle sue funzioni per perseguire scopi politici o addirittura vantaggi personali». E ancora: «Respingiamo con forza l’idea stessa che la magistratura sia un soggetto protagonista della lotta politica, pronto a scontrarsi con formazioni politiche o poteri dello Stato». Per la cronaca, chi sottoscrisse quel comunicato me la ritrovai anni dopo a rappresentare l’accusa nel processo, una volta che la collega, bontà sua, aveva deciso di astenersi.
Ma torniamo al procedimento.
Io non ho mai avuto una villa al mare. In uno dei numerosi pedinamenti i finanzieri avevano fotografato la casa del vicino, scambiandola evidentemente per la mia. E lì che c'era l'ulivo.
Ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini, chiesi di essere interrogato per chiarire la mia posizione. Ma il pubblico ministero, colei che aveva firmato il comunicato di «solidarietà» alla collega Dal Monte, senza attendere l’interrogatorio aveva già richiesto il rinvio a giudizio. Feci presente ciò anche durante l’udienza preliminare. Non venni creduto nemmeno lì. Ero perseguitato dall’ulivo. Non restava che sperare nel dibattimento.
Il processo iniziò l’11 maggio 2016. Erano passati più di sei anni dalla mia iscrizione nel registro degli indagati.
Anche il dibattimento fu surreale. Nessun mio testimone venne creduto. Finché venne interrogato l’imprenditore e, documenti alla mano, dimostrò che per ottenere quel lavoro non aveva pagato alcuna tangente.
Sembrava troppo bello per essere vero.
Caduta la corruzione, spuntò dal cilindro una condanna per «tentato abuso d’ufficio». L’unica in Italia, nel 2017, per quel reato.
Non mi vennero concesse le attenuanti, pur essendo incensurato e pur non avendo saltato un’udienza. Motivo? Avevo una conoscenza «minuziosa» degli atti processuali. Evidentemente una colpa.
Per l’appello dovetti attendere cinque anni.
Il secondo grado si trasformò nel gioco dell’oca: essendo l’imputazione originaria di corruzione, e la condanna invece per tentato abuso d’ufficio, avrei dovuto essere ri-processato per questo reato.
Così, entrato nella macchina del tempo, lo scorso aprile sono tornato davanti al Tribunale di Parma, in diversa composizione, per essere processato sulle modalità di affidamento dei lavori del canile. Lavori avvenuti quindici anni prima. Per un canile che non esisteva più da dieci in quanto smantellato da chi era venuto dopo.
In quel momento ho incontrato il mio giudice a Berlino: il presidente Maurizio Boselli. Ha celebrato il processo, ripreso in mano gli atti oramai polverosi, e nonostante il reato di abuso d’ufficio fosse stato nel frattempo abrogato e i fatti prescritti, mi ha assolto con formula piena. Alla base della sua decisione, ricordo, vi erano gli stessi elementi che avevano già giustificato intercettazioni, custodia cautelare e perfino la condanna in primo grado.
Ma poi che fine hanno fatto i magistrati?
La pm venne promossa dal Csm procuratore capo. Il procuratore, invece, dopo mesi di reiterate esternazioni politiche apertamente ostili ai partiti di centrodestra, decise di candidarsi alle elezioni amministrative a Parma nelle liste del Partito democratico. Cioè il partito politicamente contrapposto alla giunta comunale travolta dalle sue stesse inchieste. Per lui, comunque, una sonora trombata: solo 56 preferenze.
P.S. Complessivamente la Procura di Parma, in queste inchieste che poi spalancarono le porte del Comune ai grillini e spazzò via una intera classe dirigente di centrodestra, indagò più di cento persone fra amministratori, manager, imprenditori. Tutti coloro che non hanno patteggiato sono stati assolti o, comunque, condannati per ipotesi diverse e più lievi rispetto a quelle iniziali che avevano giustificato la custodia cautelare.
P.S. 2 Per questa vicenda, durata 16 anni e che mi ha stravolto la vita, ho avuto un risarcimento di ben 3.200 euro.
P.S. 3 A chi mi chiede cosa fare quando si viene coinvolti in un procedimento penale di questo tipo, l'unico suggerimento che mi sento di dare è di affidarsi alla Madonna e sperare che prima o poi arrivi un giudice, effettivamente terzo ed imparziale, e che si legga le carte.