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Quando l'Islam radicale è nemico della pace. La profezia di Benedetto XVI
Ancora una profezia in uno dei discorsi che il Cardinale Ratzinger pronunciò nel 2004 in occasione del 60mo anniversario dello sbarco degli Alleati. Il testo è contenuto nel terzo volume de «La vera Europa», pubblicato da Edizioni Cantagalli. Copyright: Libreria Editrice Vaticana (Francesco Capozza).
Il terrorismo, cioè la forza opposta al diritto e sganciata dalla morale, non può essere vinto mediante la sola forza. Certo, la difesa della legalità contro una forza che pretende distruggerla, eventualmente può e deve servirsi a sua volta di una forza proporzionata a difesa del diritto. Un pacifismo assoluto che nega al diritto ogni mezzo coercitivo significherebbe capitolare di fronte all’illegalità, sancirebbe la sua presa del potere e lascerebbe il mondo soggiacere al diktat della violenza. Per impedire però che la forza del diritto non si trasformi in arbitrarietà, essa deve sottostare a rigidi criteri che devono essere riconosciuti da tutti. Deve ricercare le cause del terrorismo, che molto spesso affonda le sue radici in preesistenti ingiustizie non combattute con misure efficaci. Deve perciò mirare a rimuovere con ogni mezzo precedenti ingiustizie. Se si pratica uno spietato «occhio per occhio» non c’è via d’uscita alla violenza. Gesti di umanità che interrompano la violenza, che cerchino l’uomo presente nell’altro e si appellino alla sua umanità, sono necessari anche laddove a prima vista sembrerebbero sprecati. In tutti questi casi è importante che non sia un determinato potere da solo ad agire come garante del diritto, perché troppo facilmente possono entrare in gioco interessi propri, facendo perdere di vista ciò che è giusto. Urge un vero <CF202>ius gentium</CF> senza mire e corrispondenti atti di predominio egemonico: solo così può risultare chiaro che si tratta della difesa del diritto comune a tutti, anche a quelli che, per così dire, stanno sul fronte opposto. È stato proprio questo che, nella Seconda guerra mondiale, è potuto risultare convincente e ha realizzato una pace vera tra i nemici. Non si è trattato di affermare un diritto particolare ma di ristabilire la libertà di tutti e il predominio del vero diritto, anche se naturalmente non si è potuto completamente evitare che si sviluppassero nuove strutture egemoniche.
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Ma nell’attuale scontro tra le grandi democrazie e il terrorismo di matrice islamica entrano in gioco questioni ancora più profonde. Sembrano scontrarsi due grandi sistemi culturali, che peraltro presentano forme di potere e di orientamento morale assai differenti: l’Occidente e l’Islam. Ma che cos’è l’Occidente? E l’Islam? Entrambi sono mondi complessi con grandi differenze al loro interno, mondi che per molti versi interagiscono reciprocamente. In questo senso, la rozza contrapposizione Occidente/Islam non è pertinente. Molti tendono invece ad approfondire ulteriormente il contrasto: la ragione illuminata di contro a una forma di religione fanatico-fondamentalista. Se così fosse, allora si tratterebbe anzitutto di smantellare il fondamentalismo in tutte le sue forme per promuovere la vittoria della ragione insieme a forme illuminate di religione, illuminate a patto che esse si sottomettano in tutto e per tutto ai criteri di questa ragione. È proprio vero che, in tale situazione, è di cruciale importanza il rapporto fra ragione e religione e che la ricerca del loro giusto rapporto si collochi al cuore della nostra sollecitudine per la pace. Trasformando una frase divenuta famosa di Hans Küng («Kein Weltfriede ohne Religionsfriede»: Nessuna pace nel mondo senza la pace delle religioni), direi che senza la pace fra ragione e fede non ci può essere neppure pace nel mondo, perché senza la pace fra ragione e religione si prosciugano le sorgenti della morale e del diritto. Per chiarire quel che intendo dire, formulo lo stesso pensiero in termini negativi. Vi sono patologie della religione: lo vediamo; e ci sono patologie della ragione: vediamo anche questo.
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Entrambe le patologie sono fatali per la pace, anzi lo sono per l’umanità intera, nella nostra epoca di strutture di potere globali. Guardiamo più a fondo. Dio, o la divinità, può diventare il modo per assolutizzare il proprio potere, i propri interessi. Una immagine di Dio tanto parziale da identificare l’assolutezza di Dio con la propria comunità o i suoi interessi, e da elevare ciò che è empirico e relativo ad assoluto, non può che dissolvere diritto e morale: il bene è allora ciò che serve al proprio potere e viene meno la differenza tra bene e male. Morale e diritto diventano di parte. E questo è aggravato dal fatto che la volontà di lottare per la propria causa si carica del fanatismo dell’assoluto, di fanatismo religioso, e diventa pertanto brutale e cieca. Dio viene trasformato in un idolo nel quale l’uomo adora la propria volontà. Possiamo vedere qualcosa di simile nei terroristi e nella loro ideologia del martirio, che peraltro può essere anche semplice manifestazione di disperazione di fronte alla mancanza di giustizia nel mondo. […]Gli antichi distinguevano ancora fra ratio e intellectus, fra una ragione nel suo rapporto con ciò che è empirico e fattuale ed una ragione che penetra negli strati più profondi dell’essere. Adesso resta soltanto la ratio nel senso più limitato. Soltanto il verificabile, nell’esperimento, sarebbe ragionevole; la ragione si riduce a quel che si può verificare con la sperimentazione. Tutto il campo della morale e della religione rientra così nell’ambito di ciò che è soggettivo, esce fuori dall’ambito della ragione comune. Religione e morale non appartengono più alla ragione. Non c’è più alcun criterio "oggettivo", comune, della morale. Questo non viene visto come qualcosa di particolarmente tragico, per la religione: ognuno sceglie la sua. Ma ciò significa che essa viene considerata come una forma di ornamento soggettivo, eventualmente con utili motivazioni.
Nell’ambito della morale si cerca di ritrovare regole comuni. Ma se tutta la realtà è solo il frutto di processi meccanici, essa non porta in sé alcun criterio morale. Il bene come tale, che ancora stava a cuore a Kant, non esiste più. Buono è soltanto «ciò che è meglio di», disse una volta un teologo morale ormai scomparso. Se è così, però, non esiste neppure qualcosa che è in sé sempre male. Il bene e il male dipendono allora dal calcolo delle conseguenze. Ed è proprio così che si sono regolate le dittature ideologiche: in certi casi, se serve alla costruzione del futuro mondo della ragione, uccidere persone innocenti può risultare buono. In ogni caso, la loro dignità assoluta non esiste più. La ragione malata e la religione strumentalizzata, alla fine, conducono al medesimo risultato. Alla ragione malata tutte le affermazioni su valori imperituri, tutta la difesa della capacità di verità della ragione, sembrano fondamentalismo. Non le rimane altro che il perdersi, la de-costruzione, secondo la chiave di lettura di Jacques Derrida. Egli ha infatti de-costruito l’ospitalità, la democrazia, lo Stato e, quindi, anche il concetto di terrorismo, per poi ritrovarsi spaventato di fronte ai fatti dell’11 settembre. Una ragione che non sa riconoscere altro che sé stessa e le certezze empiriche resta paralizzata e si dissolve. La fede in Dio, l’idea di Dio può essere strumentalizzata e diventare così deleteria: questo è il pericolo che corre la religione. Ma anche una ragione che si stacca completamente da Dio e vuole confinarlo nell’ambito del puramente soggettivo, perde la bussola e apre la porta a forze distruttive. Come cristiani, oggi noi siamo chiamati, non certo a porre dei limiti alla ragione e ad opporci a essa, ma piuttosto a rifiutare una sua riduzione all’ambito del fare ed a lottare per affermare la sua capacità di percepire ciò che è buono e Colui che è Buono, ciò che è santo e Colui che è Santo. Solo così si combatte l’autentica battaglia in favore dell’uomo e contro la disumanità.