Certificati ad hoc

Migranti, visite anti-rimpatrio: indagati sei medici all’ospedale di Ravenna

Edoardo Sirignano

Dopo i giudici, anche i “medici rossi” avrebbero provato a mettere i bastoni tra le ruote a un esecutivo che, alle urne, non si riesce a battere. Per fortuna parliamo di una minoranza che nulla ha a che vedere con gli “eroi del Covid”. Quanto accaduto a Ravenna, però, deve farci riflettere. Nella cittadina romagnola, nell’ambito di un’indagine coordinata dai pm Daniele Barberini e Angela Scorza, almeno sei professionisti indagati per delle vere e proprie visite “anti-rimpatrio”. Ipotizzato il reato di falsità ideologica commesso da pubblico ufficiale. Secondo quanto viene riportato in un articolo pubblicato dal Resto del Carlino, nel reparto di malattie infettive del locale nosocomio sarebbero stati rilasciati diversi certificati per bloccare i nulla osta per l’accompagnamento degli extracomunitari irregolari ai Cpr (Centri di permanenza per i rimpatri) e del conseguente volo aereo per i loro Paesi d’origine. Per i non esperti, non è possibile il rimpatrio dei migranti senza un documento formale che ne certifica lo stato di salute, la malattia o l’idoneità fisica. Ed è proprio rispetto a quest’aspetto, che i professionisti, secondo chi indaga, avrebbero presentato documenti in cui verrebbero segnalate patologie "incompatibili" con la detenzione amministrativa e, dunque, con il successivo passaggio aereo. Non è possibile, infatti, far partire l’iter, per cui negli ultimi mesi si sta battendo il governo, qualora s’intravedesse un possibile rischio contagio. Medesimo ragionamento vale per eventuali problematiche psicologiche e psichiatriche che potrebbero complicarsi o per quelle malattie croniche che portano a un’instabilità clinica.

 

 

Secondo quanto viene fuori da una perquisizione informatica, iniziata nella mattinata di giovedì e durata un’intera giornata, le forze dell’ordine non solo avrebbero trovato certificati incompleti, ma “compilati ad arte” per sostenere l’inidoneità di chi diversamente sarebbe dovuto rientrare nella propria terra. Parte, quindi, la ricerca da parte di chi di dovere per trovare tutti i messaggi e le conversazioni che potrebbero attestare le presunte irregolarità. Controlli da parte della polizia nelle dimore dei camici bianchi, nelle automobili, sui luoghi di lavoro e sui dispositivi mobile delle persone coinvolte.

 

 

Nel mirino delle autorità, in particolare, due fatti di cronaca. Il primo è quello del 25 enne senegalese bloccato, lo scorso 21 gennaio, per aver molestato ben sette donne. Questo signore, dopo essere stato intercettato e portato in Questura dalla Polizia, non può essere trasferito nel Cpr di competenza, a causa di una visita medica in cui sarebbe risultato "inidoneo". Un caso, pertanto, che non mancò di generare polemiche. Altra strana coincidenza, su cui si starebbe cercando di far luce, quella relativa a un 26 enne del Gambia, noto per devastare le pensiline degli autobus. Il ragazzo per i medici non può essere rimpatriato, ma poi finisce tra le sbarre per aggravamento della misura cautelare. Non è detto che tra i sanitari, finiti nel mirino dei giudici, ci siano i protagonisti di queste vicende eclatanti, ma è chiaro, però, che tali incongruenze devono portare a realizzare una vera e propria “operazione verità” su un sistema che, qualora fosse confermato, sarebbe di una gravità inaudita. Non solo costituirebbe l’ennesima clava da utilizzare contro chi ha le redini del Paese, ma soprattutto darebbe la possibilità di “restare” a personaggi, che si sono contraddistinti per la loro violenza e che, in qualunque altra realtà del pianeta, sarebbero già a bordo per tornare nel luogo da cui sono arrivati. Un’inchiesta su cui si sofferma pure il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: «A Ravenna - dice - c’è stata un’indagine giudiziaria che ha accertato che c’erano dei medici che pregiudizialmente, ideologicamente, facevano certificazioni, delle quali si presume fossero false, per fare in modo che non fossero trasferiti nei Cpr delle persone pericolose».