venga quando vuole
Torino, ordinanza choc dopo gli scontri: firma “a piacimento” per gli arrestati
Nelle ordinanze si afferma la sussistenza delle esigenze cautelari, si riconosce l’inserimento in un’azione corale violenta, si integrano aggravanti legate al contesto. Ma, al momento di scegliere la misura cautelare, il baricentro si sposta su incensuratezza, giovane età, assenza di precedenti specifici, mancato travisamento, assenza di strumenti di protezione e altro. I provvedimenti per i tre arrestati dopo gli scontri del 31 gennaio scorso a Torino continuano a far discutere: due obblighi di firma e il terzo ai domiciliari. «Fossi il pubblico ministero, ne avrei a iosa di elementi per fare ricorso. Ci sono vizi logici di ragionamento e anche errori di diritto dal momento che è stato applicato l’articolo 274 lettera c del codice penale e non è interpretato nella maniera corretta», spiega a Il Tempo l’ex pm di Torino, Antonio Rinaudo, analizzando le ordinanze del gip. Uno dei punti centrali, infatti, sarebbe proprio la coerenza interna del provvedimento. «Si decontestualizza il soggetto dal contesto dove è stata commessa l’azione, dimenticandosi però che lui è all’interno di un gruppo che in quel momento sta manifestando in maniera truce e violenta nei confronti della polizia». Le ordinanze, infatti, parlano di «azioni violente» e di un fronte compatto di manifestanti che agisce contro le forze dell’ordine.
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Il punto, chiarisce Rinaudo, non riguarda la gravità indiziaria. «Indubbiamente ci sono i gravi indizi, altrimenti non sarebbe stato convalidato l’arresto e non sarebbe stata valutata la prospettiva di emettere le misure cautelari». La legittimità dell’arresto e la sussistenza degli indizi, quindi, non sono in discussione. Il nodo è un altro: «C’è l’esigenza cautelare determinata dal pericolo che il soggetto possa di nuovo commettere reati della stessa specie?». Per Matteo Campaner il gip applica l’obbligo di firma quotidiano nella stazione dei Carabinieri «in orari che verranno concordati con la predetta P.G., compatibilmente con le esigenze personali del sottoposto». Rinaudo ne mette in discussione l’effettiva capacità preventiva. «Come lo controlli? Nell’arco della giornata può andare a Roma e ritornare nella notte. Per impedirgli di partecipare ad altre manifestazioni, tenuto conto che è un soggetto pericoloso, serve il braccialetto elettronico».
Nella parte ricostruttiva dell’ordinanza, Campaner è descritto mentre lancia «ripetutamente sassi e petardi» verso lo schieramento delle forze dell’ordine, a distanza ravvicinata e, una volta bloccato, mentre «opponeva resistenza con forza, scalciando e tirando pugni». Nonostante questo, si legge che «il livello di offensività della sua condotta risulta allo stato comunque contenuto», poiché nessuno degli operanti «veniva attinto o comunque ferito». È su questo passaggio che Rinaudo concentra la critica logica: «Il fatto che abbia sbagliato la mira e non sia stato in grado di ledere diventa un elemento attenuante tale da sminuirne la tua pericolosità?». E ancora: «Il fatto che non abbia colpito nessuno ben venga. Ma potenzialmente il lancio di uno di quegli oggetti, qualora avesse colpito una parte vitale, avrebbe potuto costituire un’ipotesi ben più grave». Nell’ordinanza in cui il gip dispone i domiciliari per Simionato, si sottolinea che l’indagato non era travisato, non aveva strumenti di protezione e indossava «indumenti sgargianti» che ne consentivano l’immediato riconoscimento, elementi letti come indice di una certa «ingenuità operativa». Per Rinaudo, invece, il ragionamento è rovesciato. «Il fatto che abbia preso parte agli scontri senza essere travisato non attenua la sua posizione: al contrario, indica una determinazione ancora maggiore, perché ha agito pur sapendo di poter essere facilmente identificato». Anche l’affermazione secondo cui non c’è un collegamento con gruppi criminogeni «è smentita dal fatto che l’indagato si è spostato appositamente dal proprio luogo di residenza, a 300/400 chilometri da Torino, per partecipare alla manifestazione per Askatasuna. Questo dimostra una chiara condivisione di quel contesto e una volontà di partecipazione che supera persino i disagi del viaggio».