fuori dal coro

Fuori dal coro, la testimonianza choc: “Islam? Vogliono sottomettere l'Italia e imporre la loro religione”

Ignazio Riccio

L’ultimo servizio del programma “Fuori dal coro”, condotto da Mario Giordano su Rete 4 ogni domenica alle 21.30, ha acceso i riflettori su una questione che molti ignorano o preferiscono minimizzare: la diffusione di ideologie radicali tra giovani musulmani nati e cresciuti in Italia. La giornalista Marianna Canè ha incontrato diversi giovani musulmani di seconda generazione provenienti da famiglie immigrate e le loro dichiarazioni sono state a dir poco allarmanti. Interrogati sul desiderio di convertire altri all’Islam, alcuni hanno risposto senza esitazione: “Siamo pronti a morire per Dio, nel senso di Jihad. È scritto nel Corano che tutto il mondo diventerà musulmano e questo avverrà”. Parole che rivelano una visione globale e totalizzante, lontana dalla semplice pratica religiosa e vicina a un’ideologia di conquista. Non si tratta di episodi isolati o di periferie metropolitane difficili da controllare. I fatti raccontati e mostrati nel servizio riguardano anche piccole città italiane, come Pavia. Un video recente mostra giovani musulmani ballare nel centro città mentre brandiscono un coltello, in quello che appare come un gesto intimidatorio e simbolico, un avvertimento silenzioso ma chiaro a chi li circonda.

 

 

A testimoniare le conseguenze drammatiche di questo tipo di radicalizzazione è Dyha, donna algerina ospite in studio, che ha raccontato le violenze subite da parte di altri musulmani. “Sanno che la legge italiana impedisce determinate azioni, ma vogliono imporre la sharia. Non rispettano le nostre regole e non cercano integrazione: vogliono sostituire la cultura italiana con quella islamica, come avvenuto in altri 43 Paesi conquistati con la spada”, ha spiegato con forza. Il quadro che emerge è preoccupante. Secondo il servizio, il rischio non è solo culturale ma anche sociale e politico. La diffusione di questa mentalità tra giovani nati in Italia potrebbe essere paragonata a un cancro che, inizialmente invisibile, si espande silenzioso prima di esplodere, mettendo a rischio la coesione sociale e l’identità nazionale. Molti osservatori sottolineano come questi atteggiamenti possano generare fratture profonde nelle comunità locali. Giovani che crescono in contesti italiani ma coltivano ideologie radicali rischiano di creare una società parallela, dove le regole dello Stato e le leggi nazionali sono ignorate a favore di leggi religiose estranee al nostro ordinamento.

 

 

Il dibattito si è acceso anche sui social e tra gli esperti: da un lato chi invita a distinguere tra musulmani moderati e radicali, evitando generalizzazioni; dall’altro chi sottolinea come sia necessario un monitoraggio attento e misure concrete per prevenire fenomeni di radicalizzazione e proteggere l’identità italiana. Il servizio di “Fuori dal coro” lancia un avvertimento chiaro: la minaccia non è lontana né astratta. È davanti ai nostri occhi, nelle città italiane dove l’integrazione non funziona come dovrebbe, e riguarda una generazione di giovani cresciuti in Italia ma educati a una visione del mondo che nega la nostra cultura, le nostre leggi e i nostri valori. La domanda che molti si pongono oggi è drammatica: l’Italia è pronta a difendere se stessa, la sua identità e le sue radici di fronte a una sfida culturale e sociale così concreta? La risposta, al momento, resta incerta, mentre fenomeni di radicalizzazione silenziosa continuano a emergere, anche lontano dalle grandi metropoli.