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Spari a Milano, chi era Mansouri detto "Zak" il clandestino spacciatore ucciso

Gaetano Mineo

Dietro la morte di Abderrahim Mansouri non c’è l’ennesima storia di marginalità finita in tragedia. C’è, piuttosto, uno squarcio su una realtà che Milano conosce fin troppo bene e che troppo spesso preferisce raccontare per frammenti, evitando il quadro d’insieme. Mansouri, 28 anni, marocchino, detto “Zak” in strada, non era un passante qualunque finito nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Era, secondo gli inquirenti, un ingranaggio di vertice di una macchina criminale rodata, violenta, stabile. La piazza di Rogoredo non è un accidente urbano né una ferita improvvisa. È una zona franca dello spaccio, una delle più grandi del Nord Italia, governata da anni da organizzazioni strutturate, con ruoli, gerarchie e turni. In questo sistema, Mansouri non era un “cavallino”, non un manovale della droga sacrificabile. Era un supervisore, un rifornitore, un controllore. Uno che garantiva continuità operativa, ventiquattr’ore su ventiquattro, rifornendo lui i “cavallini” lungo i binari e sotto i cavalcavia della periferia sud. Il suo curriculum giudiziario racconta una storia coerente, non episodica. Irregolare, senza mai chiedere un permesso di soggiorno, abituato a muoversi nell’ombra e sotto falso nome.

 

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Violento quando necessario: già nel 2016 aveva reagito a un arresto tentando di strappare la pistola a un carabiniere. Per quest’aggressione, fu condannato con sospensione condizionale della pena. Il 28enne venne arrestato nuovamente per spaccio nel 2021 e poi nuovamente nel settembre dell’anno successivo. Da lì finì nel carcere di Cremona, da cui uscì nel 2023 con l’affidamento in prova ai servizi sociali, terminato nel 2024. Condanne, arresti, detenzione, misure alternative. E poi di nuovo in strada, come se nulla fosse. Denunce per spaccio, ricettazione, una rapina con spray al peperoncino. Un presunto permesso spagnolo esibito come scudo burocratico, mentre per l’Italia restava un fantasma. Mansouri era noto alle forze dell’ordine, monitorato, fermato più volte anche negli ultimi mesi. Eppure era ancora lì, a rifornire droga ai pusher, a presidiare il territorio, a gestire affari. Fino all’ultima sera, quando gli sono state trovate addosso dosi di hashish, cocaina ed eroina.

Fino all’ultimo respiro, dentro lo stesso solco criminale. La sua morte non assolve nessuno e non condanna automaticamente nessuno. Ma impone una domanda scomoda: quanto è profondo il radicamento di queste organizzazioni se nemmeno una lunga sequenza di arresti, condanne e controlli riesce a interromperne la continuità? Rogoredo non è solo una questione di ordine pubblico, è il simbolo di un sistema che resiste, si rigenera, prospera ai margini dello Stato. Raccontare Mansouri come una vittima senza storia sarebbe un errore. Raccontarlo solo come un criminale eliminato sarebbe una scorciatoia. La sua morte illumina un modello di narcotraffico che a Milano è normalità consolidata.