Sinistra in cattedra
Ma quali prof schedati. Ecco la verità sul questionario di Azione Studentesca
Basta un QR code su un volantino. Un semplice link per accedere a un sondaggio, distribuito tra gli studenti da Azione Studentesca, per chiedere cosa ne pensano della loro vita quotidiana tra aule fredde e gite saltate. E poi, una sola domanda, una domanda ‘proibita’ che sembra aver toccato un nervo scoperto, scatenando un putiferio politico. “Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda durante l’orario di lezione?”. Una questione semplice, diretta. Eppure, a sinistra è suonata come una dichiarazione di guerra. Immediato è stato il coro di accuse: “liste di proscrizione”, “regimi totalitari”, fino all’intervento della segretaria del Pd Elly Schlein, che ha invocato a gran voce il ritiro immediato di quell’iniziativa “pericolosa”. Ma andiamo oltre le grida. Perché mentre la sinistra urlava, migliaia di studenti hanno cliccato e risposto. E quello che emerge dalle loro parole non è una caccia alle streghe, ma una fotografia scomoda, imbarazzante, di un mondo scolastico dove la cattedra a volte sembra trasformarsi in un comizio.
C’è Virginia, da Bologna, che racconta di un compito in classe dove bisognava dare un’opinione politica “chiaramente incitando alla visione di sinistra”. Lei ha osato scrivere che non sono gli italiani a doversi integrare agli immigrati. Risultato? Un 4 e mezzo marchiato sul foglio. Marco, da Bergamo, denuncia insegnanti che si rifiutano categoricamente di spiegare certi argomenti, liquidati con un lapidario “perché sono fascisti”. E ancora, Davide, sempre da Bergamo, descrive una professoressa che definisce il governo Meloni un “colpo di stato bianco”. La cronaca prosegue con Andrea da Brindisi, che assiste alla professoressa strappare la foto della Meloni appesa in aula, accanto al crocifisso. O con Filippo, da Bologna, che riceve una nota disciplinare non per aver combinato guai, ma per le sue “posizioni di destra”. E c’è chi parla ancora di liste di proscrizione? La vicenda di Andrea, sempre di Brindisi, è forse la più simbolica: una supplente gli boicotta la candidatura a rappresentante d’istituto insultandolo come “Fascio appeso” per il solo fatto di essere stato visto leggere Ezra Pound. Un poeta, premio Nobel per la letteratura. Gli esempi si moltiplicano: docenti che incitano a manifestazioni pro-Palestina, che deridono chi non partecipa ai cortei, che saltano interi capitoli di storia per "mancanza di tempo" ma dedicano ore al "ventennio fascista" ammiccando al governo attuale.
Ma quale regime mai può essere un questionario anonimo che chiede una percezione? La furia, a ben guardare, sembra proprio la prova della verità scoperta. Tanto che un professore ha addirittura lanciato una provocazione video già divenuta virale: “Mi chiamo Giorgio Peloso Zanatforni, sono un insegnante di liceo e sono di sinistra. Schedatemi pure”. Un atto celebrato come eroico, ma che suona soprattutto come la massima espressione di una certezza di impunità: “Sì, sono politico in cattedra, e allora?”. Insomma, il questionario di Azione Studentesca ha semplicemente dato un microfono a chi quel microfono non ce l’ha mai. E ha messo a nudo una verità che alcuni preferirebbero tenere nascosta: che in molte aule italiane la libertà di pensiero non è un diritto di tutti, ma un privilegio riservato a chi la pensa “giusto”. Quando questa realtà emerge, la risposta non è l’autocritica o il dialogo, ma l’attacco, l’accusa, la distrazione. Perché le vere liste di proscrizione, quelle silenziose e efficaci, sono già scritte da tempo: nei registri dei voti politici, nelle note disciplinari ideologiche, nelle umiliazioni pubbliche per chi osa leggere il libro sbagliato. Questo è lo scandalo.