cronaca & giustizia

Morì in slittino, dopo 13 anni risarcita la famiglia. È la tragedia che segnò il futuro killer di Fidene

Ignazio Riccio

Dopo oltre tredici anni dall’incidente sulla pista da slittino di Croda Rossa, a Sesto Pusteria, si chiude definitivamente anche sul piano civile una pagina drammatica di cronaca con un risarcimento complessivo di 630.000 euro ai familiari di Romano Campiti, il quattordicenne romano morto nel febbraio del 2012 durante una discesa sulla neve. Romano perse la vita in un tragico incidente sulle piste dell’Alta Pusteria, praticando uno sport invernale molto diffuso e apprezzato, ma non privo di rischi se non correttamente gestito. La causa civile, avviata dai suoi familiari contro i gestori dell’impianto, si è conclusa con un accordo che prevede 250.000 euro alla madre, 161.000 euro a ciascuna delle due sorelle e 58.000 euro a ciascun nonno.

Questo risarcimento arriva dopo anni di contenziosi e di approfondimenti tecnici sull’incidente. Già nel 2017 la Corte d’Appello di Bolzano aveva confermato la sentenza di primo grado che aveva condannato penalmente – con pena di un anno e tre mesi di reclusione – tre persone: il maestro di sci, il direttore del centro sciistico di Sesto-Croda e l’addetto alla sicurezza.

La morte di Romano segnò profondamente la famiglia Campiti, e in particolare Claudio Campiti, il padre. Per anni la vicenda rimase un dolore privato, ma negli anni successivi si intrecciò con un’altra tragedia di cronaca che scosse Roma e l’intero Paese.

L’11 dicembre 2022, infatti, nel quartiere romano di Fidene, durante una riunione del consorzio Valleverde, Claudio aprì il fuoco contro i presenti con una pistola. In quell’attacco quattro donne – Nicoletta Golisano, Elisabetta Silenzi, Sabina Sperandio e Fabiana De Angelis – persero la vita e altre persone rimasero ferite. Il processo per i fatti di Fidene si è concluso con una sentenza di ergastolo con tre anni di isolamento diurno per Campiti, riconosciuto colpevole di omicidio aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi, oltre che di tentato omicidio e lesioni personali per i feriti e per il trauma subito dai sopravvissuti.

La strage, che avvenne in pieno giorno durante un’assemblea condominiale in un gazebo di via Monte Giberto, fu immediatamente interpretata come un gesto estremo legato a un lungo contenzioso con il consorzio immobiliare, con tensioni accumulate negli anni precedenti. Le indagini avevano evidenziato anche criticità nella custodia dell’arma usata da Campiti: l’uomo si era procurato la pistola presso un poligono di tiro, sollevando dubbi sulla sicurezza e sulle normative di controllo delle armi.

Nel racconto pubblico la morte di Romano e la strage di Fidene sono eventi distinti ma collegati dal destino di una famiglia lacerata dal dolore. La chiusura della causa civile per il ragazzo morto in montagna non cancella gli anni di lutto, né attenua l’impatto della violenza di Fidene, ma rappresenta un ultimo atto di giustizia per i suoi familiari.