scontri in vista

Askatasuna, prove tecniche di guerriglia. Ecco il kit “antagonista” per gli scontri

Francesca Musacchio

Un kit per affrontare le manifestazioni contro le politiche del governo. È il nuovo livello di scontro che il mondo antagonista ha progettato per aprire una stagione di contestazioni che va dallo sgombero di Askatasuna a Torino fino al pacchetto sicurezza, passando per l’apertura di nuovi Cpr. «Italia stato di polizia: ora che tutti hanno preso coscienza della situazione è arrivato il momento di agire collettivamente», è uno dei messaggi che circolano sulle piattaforme social degli ambienti conflittuali. Si parte, quindi, il 31 gennaio da Torino dove è prevista una manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. E per quell’occasione è stata lanciata la campagna «Come prepararsi alla piazza?», con le indicazioni per dotarsi di un «kit medico personale» «così aiuterai riot medic» (volontari non armati che operano durante manifestazioni, cortei o situazioni di conflitto sociale con il compito di fornire primo soccorso informale ai partecipanti, ndr) e «gli altri manifestanti che sono in piazza». Oltre a questo, il kit per prepararsi alle manifestazioni comprenderebbe anche materiale vario da utilizzare durante gli scontri con le forze dell’ordine. E quindi, mascherine e antiacido per proteggersi dai lacrimogeni, ghiaccio secco o spray in caso di colpi sulla pelle da lontano, garze e bende in caso di ferite. Insomma, tutto quello che occorre per affrontare la guerriglia urbana, inclusi oggetti vari per aggredire le forze dell’ordine.

 

 

In questo ultimo caso, solitamente sono consigliate le aste delle bandiere, i pali della segnaletica stradale divelti per l’occasione, oltre a cassonetti dati alle fiamme, bottiglie e sassi da lanciare. Perché nella narrazione della galassia antagonista «è tempo di tenere insieme quello che loro vogliono allontanare, di rifiutare la loro divisione di bene e male e costruire un’alternativa credibile. Resistere è possibile, resistere è un dovere». E proprio in tema di “resistenza” all’attuale governo, nel mirino c’è anche il nuovo pacchetto sicurezza, definito “infame” perché «trasforma il dissenso in un problema di ordine pubblico». Nei lunghi messaggi che circolano sui social, si legge: «Il governo vuole regolare i conti con tutte le Istruzioni realtà ed esperienze di lotta in corso e creare gli strumenti giuridici necessari per stroncare sul nascere i futuri, inevitabili conflitti sociali. La sempre più marcata tendenza alla guerra sul fronte esterno richiede, sul fronte interno, un contesto sociale pacificato, e a questo ‘lavorano’ tutti gli apparati dello Stato». E ancora: «Da molti anni, con i più svariati pretesti, i governi di diverso colore hanno introdotto leggi per limitare l’agibilità di scioperare, lottare, manifestare. Il governo Meloni è deciso a proseguire questa operazione facendo un salto sia qualitativo che quantitativo rispetto ai precedenti governi».

 

 

E accanto a questi post, scorrono le immagini di cortei dove i partecipanti, con il volto coperto da caschi, si scontrano con le forze dell’ordine. «Onore per i compagni in ogni angolo del mondo» e «il potere si è sempre mantenuto con la violenza», sono alcuni dei commenti. E poi c’è la campagna contro i Centri di permanenza per il rimpatrio, da anni motivo di manifestazioni e contestazioni da parte dell’area antagonista. Adesso, la possibilità che possano nascerne di nuovi riaccende la miccia. Cresce, infatti, il clima di contestazione contro i centri di trattenimento. Le politiche presentate come risposte alla sicurezza vengono percepite come strumenti repressivi, incapaci di ridurre i problemi reali. Sui siti d’area e sui social, gli antagonisti diffondono l’idea che tali strutture producano esclusione, marginalità e conflitto, anziché tutela. Le misure di controllo sono lette come selettive, con effetti di stigmatizzazione e criminalizzazione delle fragilità sociali. La sicurezza viene interpretata sempre più come dispositivo di controllo, a scapito delle politiche sociali. E il trattenimento amministrativo è considerata una detenzione senza garanzie, parte ordinaria del sistema. Sui siti d’area si parla di «violenza strutturale e continuativa, non episodi isolati», alla quale bisogna opporsi con ogni mezzo. L’opposizione organizzata su questo tema, dunque, sembra in espansione contro quella che viene definita, ancora una volta, «repressione del dissenso».