Il caso

Termini: la nostra inchiesta e l'eredità tossica della sinistra sull'immigrazione

Matteo Vincenzoni

Mentre ieri pomeriggio si accavallavano le notizie sulle condizioni del 57 aggredito a pochi passi dalla stazione Termini, il Pd si sbracciava per richiamare il governo alle sue responsabilità in fatto di «sicurezza pubblica». In prima linea, dal Campidoglio, la capogruppo dem Valeria Baglio e la presidente dell’aula Giulio Cesare, Svetlana Celli. Il sindaco Roberto Gualtieri, come sempre quando si tratta di sicurezza, ha preferito tacere. Inutile ricordare al centrosinistra che se l’Italia, Roma e Termini sono assediate da stranieri senza arte né parte è colpa di un’immigrazione lasciata per troppi anni senza alcuna restrizione. Ma non è questo il punto.

Un mese fa il nostro giornale ha lanciato l’«operazione salva Termini», dimostrando per giorni, testimonianze alla mano, come la situazione, intorno alla stazione, sia degenerata negli ultimi anni a causa di un mix di fattori che hanno un denominatore comune, ossia il potere di calamitare nell’area centinaia di sbandati, in particolar modo extracomunitari. E su alcuni di questi fattori il Comune ha responsabilità diretta.

Ma partiamo dal ruolo da protagonista che gioca Termini in città. Con quasi mezzo milione di persone in transito ogni giorno è tra le più trafficate d’Italia. Ciò significa caos e prede facili per i malintenzionati. Ma a questo non vi si può porre rimedio. Nel raggio di un chilometro intorno alla stazione si concentra poi quasi un migliaio di strutture tra alberghi, affittacamere e b&b. Ciò aggiunge benzina al fuoco della microcriminalità. Lo sanno bene i titolari delle strutture, stanchi di vedere i clienti rientrare senza cellulari e borse e con il terrore negli occhi. Proprio attraverso Il Tempo hanno lanciato un appello a Comune e Prefettura per avere più luce e telecamere in strada. E a giorni si potrebbe arrivare a un primo potenziamento della rete di videosorveglianza.

Le stazioni, si sa, sono da sempre ritrovo di senzatetto. È più che naturale e vale per ogni città, piccola o grande che sia. Il "popolo dei senza fissa dimora", però, a Roma si è ingigantito fino a diventare un esercito, ben organizzato, richiamato dalla concentrazione di strutture di supporto e solidarietà.

Intorno allo scalo si contano la mensa serale e il dormitorio della Caritas di via Marsala, quella di Sant’Egidio di via Paolina (piazza dell’Esquilino), la mensa diurna della Caritas e il "Centro docce solidale" di Colle Oppio. Senza contare altre realtà satelliti, ma soprattutto la tensotruttura di largo di Porta San Lorenzo voluta dal Campidoglio per il Giubileo, che il Comune ora ha deciso di non smantellare.

Doveva servire a "chiudere" il Gran Camping Roma, ma così non è andata. Non ha fatto altro che richiamare altri senzatetto nella zona, con il risultato che i residenti - sempre contrari e non favorevoli come vorrebbe far credere il Campidoglio - dovranno tenersi il "tendone" e pure il Gran Camping. Di certo il Comune ha pure voce nel capitolo "moschee", soprattutto se si tratta di ex negozi riadattati come quelli concentrati intorno a piazza Vittorio. E i luoghi di culto sono un potente richiamo per tanti stranieri di religione islamica. In poche centinaia di metri si passa da quello in via Napoleone III alla "Moschea Masjid" di via San Vito 12A, alla Moschea di Baytur Rahman in via Bixio 46A e al "Vittorio Central Jame Masjid" di via Cairoli. E dopo la preghiera tutti, ma proprio tutti, si spostano al mercato multietnico dell’Esquilino, il più grande della città, dove non è raro trovare chi prega prono e scalzo tra cassette di sardine e polli appesi, oppure imbattersi in un pazzo che ha appena rubato una mannaia dal banco macelleria e se ne va in giro minacciando questo o quell’altro avventore con il coltellaccio.