intervista

Nelli Feroci: "Da Hamas un'operazione suicida". Lo scenario su Israele

Francesca Musacchio

«Io credo che quella di Hamas sia un’operazione suicida, sono d’accordo con questa analisi e credo che sia destinata comunque all’insuccesso perché è inimmaginabile pensare che Hamas possa prevalere in uno scontro diretto con Israele». Ne è convinto Ferdinando Nelli Feroci, ambasciatore e presidente dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), a proposito dell’attacco lanciato sabato da Gaza verso Israele.

Perché Hamas ha compiuto un’operazione suicida decidendo di attaccare Israele?
«La sproporzione delle forze in campo è talmente evidente che non può non essere stata presa in considerazione da chi ha deciso questo attacco. Evidentemente gli obiettivi erano altri e posso immaginare che uno è proprio quello di dimostrare la vulnerabilità di Israele, come purtroppo è emerso con estrema chiarezza, in maniera molto preoccupante, anche per gli errori commessi dai servizi di intelligence e dalle forze armate israeliane che avevano sguarnito il fronte sud. Il secondo obiettivo è quello di riconquistare una leadership politica e morale nella galassia palestinese dimostrando, ancora una volta, che l’Autorità nazionale palestinese non è in grado di gestire il problema palestinese e che l’unica forza politica in grado di farlo è Hamas.

 

In tutto questo non posso immaginare che Hamas non avesse preso in considerazione un dato fattuale che è quello della sproporzione delle forze. Sono d’accordo per caratterizzare l’operazione come suicida e anche con il fatto che delegittima, forse in maniera definitiva, Hamas come possibile interlocutore politico di Israele e più in generale della comunità internazionale. Anche perché oggi a sostegno di Hamas c’è solo, in maniera esplicita, l’Iran e forse, in maniera inconfessata, il Qatar e la Turchia che in passato ha molto aiuto Gaza e Hamas. Ma oltre a questi possibili interlocutori Hamas non ha sostegni nel mondo araba, è isolatissimo».

Quale sarà la risposta di Israele?
«La risposta di Israele è in corso da ieri (sabato, ndr) e stanotte con la ripresa di ostilità nei confronti di Gaza, per ora con bombardamenti e attacchi aerei e con droni. Il vero problema che si pone per il governo israeliano, in questa circostanza, è la gestione del problema degli ostaggi. Qualsiasi operazione nei confronti di Gaza dovrà essere commisurata sull’esigenza di salvare vite umane e quindi di intavolare una trattativa per la liberazione degli ostaggi. Questo è il dilemma più grave con cui deve confrontarsi il governo nelle prossime ore e giorni. È possibile e che le forze israeliane tentino di entrare a Gaza per colpire obiettivi mirati, però sempre con questa spada di Damocle degli ostaggi. Mi sembra meno verosimile un’ipotesi di occupazione "manu militari" di tutta la Striscia perché la gestione di un territorio come quello di Gaza avrebbe dei costi finanziari, militari e politici enormi. Immagino, per ora, una rappresaglia circoscritta e sicuramente pesante, ma circoscritta e condizionata dal problema della gestione degli ostaggi».

 

Qual è il ruolo dell’Iran?
«Sicuramente Hamas non si sarebbe mosso se non con un consenso esplicito o implicito di Teheran, mi sembra ovvio. Anche con un aiuto massiccio e sostanzioso fatto di armi, munizioni e di trasferimenti di tecnologia know-how. A Gaza abbiamo visto che sono in grado di costruire razzi e armi più o meno rudimentali, questa volta un po’ più sofisticate che in passato. È ovvio che dietro questa operazione c’è la regia di Teheran. Ed è anche abbastanza realistico immaginare che da parte iraniana, questo in piena convergenza con Hamas, ci sia un doppio obiettivo: nell’immediato destabilizzare Israele con questa minaccia molto concreta di una dimensione mai vista prima. Quindi sicuramente l’operazione di Hamas mira a destabilizzare questo governo, ma in prospettiva anche far saltare l’ipotesi di accordo su cui sta lavorando anche l’amministrazione americana sulla normalizzazione delle relazioni tra Arabia Saudita e Israele. È una iniziativa che colpisce Israele e come effetto secondario colpisce anche l’Arabia Saudita».

Ci saranno ripercussioni sul governo israeliano?
«C’è il fallimento in prospettiva di Hamas ma ancor più clamoroso del governo israeliano perché era del tutto inimmaginabile che Israele si trovasse così impreparato di fronte ad un’offensiva non improvvisata. Probabilmente il governo, troppo concentrato sulla gestione delle proteste interne e di una società divisa, ha completamente perso di vista il fatto che Gaza continuava a costituire una minaccia. È verosimile la costituzione di un governo di unità nazionale. Bisogna vedere se ciò consentirà a Netanyahu di sbarazzarsi di quelle componenti ultra ortodosse di estrema destra che hanno condizionato l’operato del governo fino ad oggi, minandone la credibilità».