Attacchi ai clandestini

Migranti, allarme della Procura di Agrigento: “Quelli dei pirati i veri blocchi navali”

Gianni Di Capua

«Imbarcazioni che dovrebbero issare la bandiera nera» e che mettono in atto «blocchi navali» nel Mediterraneo per depredare i migranti che tentano la traversata. Le parole del Procuratore della Repubblica di Agrigento, Salvatore Vella, aprono uno squarcio su un fenomeno nuovo a cui si assiste lungo il Mediterraneo centrale, la «rotta migratoria più mortale» del pianeta. Un fenomeno ben fotografato dalla chiara e sintetica ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere il comandante del peschereccio «Assyl Salah» immatricolato a Monastir in Tunisia, Nader Chika (48 anni), e la sua ciurma di «pescatori» diventati «pirati»: Adnan Knessi (46 anni), Banour Hatem (43 anni) e Joini Jilian (50 anni).

 

 

I fatti: il 18 luglio 2023, a 18 miglia di distanza dalle coste di Lampedusa: tre barchini partiti da Sfax vengono avvicinati dal peschereccio e da un altro motopesca di nome «Mohamed», derubati dei motori fuori bordo e lasciati alla deriva. «Ha bloccato la nostra fuga» racconta un migrante testimone dei fatti agli investigatori di Guardia di Finanza e squadra mobile di Agrigento. «Si mettevano uno a prua ed uno alla nostra poppa. Ci mostravano una spada e per paura abbiamo deciso di consegnare il motore» che - annota il Gip Iacopo Mazzullo - «di un certo valore economico» in Tunisia «potrebbe essere reimmmesso nel mercato dello sfruttamento dei migranti». Passa qualche minuto e l’Assyl Salah e il Mohamed tornano indietro e chiedono ai migranti «soldi e cellulari» in cambio di aiuto per raggiungere l’isola delle Pelagie. Dopo aver ottenuto denaro e telefoni per 5 minuti li trainano verso Lampedusa per poi lasciarli alla deriva e andarsene. Comportamenti «predatori» espressione «di personalità sprezzante e incline al delitto» si legge nelle carte dei magistrati. Il gip parla di un’azione «non improvvisata» ma frutto di «professionalità». Nascosta «dietro mentite spoglie di un’attività di pesca». Hanno provato a difendersi gli indagati durante l’interrogatorio di convalida del fermo: volevamo aiutarli, abbiamo avvistato la Guardia costiera italiana e atteso per ore. Una versione che fa a pugni con quanto ritrovato e sequestrato dai finanzieri a bordo del motopesca: totale assenza di pescato nonostante fosse tardo pomeriggio; attrezzatura da pesca asciutta e pulita; una licenza limitata alle acque territoriali tunisine ben lontano dal luogo dei fatti; due motori inutili per il peschereccio ma compatibili con i barchini della speranza; contanti in valuta tunisina, dollari ed euro e 5 cellulari riconosciuti da uno dei quattro testimoni-chiave dell’assalto del peschereccio «Assyl Salah».

 

 

È la prima volta che magistrati italiani contestano il reato di pirateria in acque internazionali nel Mediterraneo di competenza tricolore. Il Procuratore Vella e il pm Gaspare Bentivegna hanno dovuto faticare non poco per trovare la quadra giuridica ai fatti riportati nelle informative di polizia giudiziaria: nel primo fermo di indiziato di delitto veniva contestata l’estorsione ma per il Gip non poteva sussitere la «giurisdizione italiana» per fatti commessi «oltre il mare territoriale». L’ipotesi di atti di pirateria in acque internazionali permette invece di estendere la competenza territoriale degli inquirenti di Agrigento, in base al codice di navigazione e alla Convenzione internazionale dell’Onu di Montego Bay del 1982.