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Si riapre il caso sull'uccisione di Mara Cagol. Caccia a un altro brigatista

La Procura di Torino ha riaperto le indagini sulla morte di Mara Cagol e dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, rimasti uccisi in un conflitto a fuoco in provincia di Alessandria durante la liberazione dell’imprenditore Vittorino Gancia, nel 1975. L’inchiesta, affidata all’aggiunto Emilio Gatti, ha portato a individuare alcuni reperti, che sono stati analizzati dai carabinieri del Ris di Parma, tra cui un’impronta digitale e tracce di Dna. Nelle scorse settimane, a quanto si apprende, sono anche stati sentiti alcuni testimoni, tra cui alcuni ex appartenenti alle Brigate Rosse.

Le indagini sulla morte di Mara Cagol, moglie di Renato Curcio e cofondatrice delle Br, e dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, sono state riaperte un anno fa, dopo che Bruno D’Alfonso, figlio del militare ucciso, ha presentato un esposto alla Procura di Torino, chiedendo di riesaminare l’episodio alla luce delle conoscenze maturate negli anni sul mondo delle Brigate Rosse e alla luce delle nuove tecniche forensi.

In particolare, i carabinieri del Ris di Parma guidato dal colonnello Giampietro Lago, hanno esaminato i reperti raccolti all’epoca dei fatti utilizzando le attuali tecniche di indagine, analizzando Dna, reperti balistici e altro materiale ritrovato nel casolare di Melazzo, in provincia di Alessandria, dove il 5 giugno 1975 era stato individuato e liberato l’imprenditore Vittorino Gancia, sequestrato dalle Br il giorno prima. L’obiettivo è accertare chi fosse il brigatista che era insieme a Mara Cagol e che quel giorno è riuscito a sfuggire all’arresto.

L’ipotesi di Bruno D’Alfonso, è che, a sapere qualcosa di quello che è accaduto siano «i vertici delle Br dell’epoca, come Mario Moretti, Lauro Azzolini, Roberto Bonisoli o la stessa Nadia Mantovani», che abitava con Renato Curcio nel covo di via Maderno a Milano, dove il 18 gennaio 1976 è stato trovato un dattiloscritto redatto dal brigatista che era di guardia durante la liberazione di Gancia ed è riuscito a sfuggire alla cattura. «Rileggendo le sentenze e gli atti, vedendo quello che è stato fatto e che non è stato fatto nel corso delle indagini - ha detto Bruno D’Alfonso - ho notato diverse anomalie. Di fatto, dopo che è stato trovato il dattiloscritto a 7 mesi dalla sparatoria in cui è morto mio padre, l’indagine non è stata più approfondita. Ci si è solo preoccupati di accusare Massimo Maraschi, arrestato il giorno prima del conflitto. A lui sono state addossate tutte le responsabilità ed è stato condannato per omicidio». Delle indagini si occupano i carabinieri del Ros.