l'eredità della pandemia

Mascherine fantasma, altra beffa per Zingaretti. Regione Lazio nel caos

Daniele Di Mario

Ricordate il caso delle mascherine fantasma nel Lazio? Quello dei dispositivi di protezione personale acquistati dalla Regione nel marzo 2020 - in piena emergenza Covid, quindi - e mai consegnati, nonostante l’amministrazione abbia sborsato come anticipo 14 milioni di euro? Ebbene, a distanza di due anni, non solo la Regione non risulta essere rientrata delle somme sborsate come anticipi, ma ha anche subìto una nuova beffa. Secondo quanto disposto da un’ordinanza del Tribunale Ordinario di Taranto, datata 15 aprile scorso, via Cristoforo Colombo dovrà corrispondere 4,5 milioni di euro alla svizzera eXor Holding Sa. La eXor è una delle società coinvolte nel caso-mascherine ed è quella che, portando in Tribunale la Regione, ha ottenuto il «pignoramento presso terzi» per cui, di fatto, la Regione finirà per pagare se stessa. La storia è complessa ed è un gioco di incastri.

 

LA VICENDA
Per capire bene la questione bisogna ricostruire i fatti di quanto accaduto oltre due anni fa. Marzo 2020: esplode la pandemia Covid. Non ci sono vaccini o protocolli sanitari. L’unica cosa che si capisce è quella che è essenziale coprire le vie respiratorie: tutti cercano mascherine. Per i sanitari, per le forze dell’ordine, per i cittadini. Ma di mascherine ne circolano ancora poche. Pure la Regione Lazio si butta sul mercato, azzerando anche le procedure di sicurezza: i fornitori abituali non ne hanno, ci si rivolge a fornitori nuovi. Spesso senza avere il tempo per fare i dovuti controlli. I prezzi salgono a dismisura. I tempi di consegna si allungano anche per le restrizioni sui voli e sui viaggi, visto che sono produzioni tutte originarie dalla Cina. Vale per le mascherine, i camici, i guanti, insomma tutti i dispositivi di protezione individuale (Dpi).

 

La disperata ricerca della Regione Lazio viene affidata alla Protezione civile, guidata da Carmelo Tulumello. In quei giorni convulsi, partono diversi acquisti diretti, quasi tutti con anticipi di denaro da parte della Regione. All’inizio, per ridurre i tempi e facilitare le procedure, arrivando addirittura a non richiedere nemmeno le polizze assicurative a garanzia delle somme anticipate. Fra questi fornitori, il più «noto» è quello della EcoTech, società dei Castelli romani ufficialmente rivenditrice di impianti di illuminazione, che, tramite la svizzera eXor, si appoggiava per la fornitura alla società di Taranto, Internazionale Biolife.

Con una serie di tre affidamenti in pochi giorni per circa sette milioni e mezzo di mascherine, per un valore di quasi 36 milioni di euro, 14 dei quali anticipati sull’unghia dalla Regione. Mascherine che, però, non arrivano. Parte una prima revoca degli affidamenti, poi, dopo trattative, la revoca della revoca. Infine, delle mascherine si perdono le tracce e le speranze: l’ultima attesa, quella del volo dalla Cina che arriva oggi, poi domani, poi dopodomani, poi mai più. Alla fine, la Regione è obbligata a revocare definitivamente gli affidamenti alla EcoTech, richiedendo la restituzione delle ingenti somme versate come anticipi.

Siamo a fine aprile 2020: sono due mesi di inferno per tutti. Per la Regione si aprono due problemi. Il primo, trovare comunque le mascherine. Il secondo, rientrare dei soldi anticipati.

Quindi, sempre sul mercato, via Cristoforo Colombo trova un nuovo fornitore, l’azienda di Taranto Internazionale Biolife. Proprio la stessa che avrebbe dovuto fornire eXor-EcoTech e che, invece, non era riuscita a consegnare loro le mascherine, incassando però i soldi degli anticipi. E, quindi, qui la vicenda si complica. La Biolife non è più solo il fornitore di eXor-EcoTech ma anche il fornitore diretto della Regione. 

 

La Biolife consegna - «seppur in maniera incompleta», scrivono i giudici di Taranto - le mascherine alla Regione, onorando il contratto di fornitura diretta. Ma prima di questo contratto non aveva invece consegnato quelle alla eXor che dovevano andare alla EcoTech che le avrebbe, a sua volta, date alla Regione. Sembra la canzone di Angelo Branduardi, «Alla Fiera dell’Est» e in fondo, la Regione «al mercato comprò».

In mezzo, nello scandalo scoppiato - con le opposizioni, Fratelli d’Italia e Lega in prima fila, ad attaccare il presidente della Regione, Nicola Zingaretti, e il suo vice, Daniele Leodori - c’è anche il caso delle polizze fideiussorie in garanzia. 

Quando la Regione, dopo i primi ritardi, fa partire la prima revoca, dentro le trattative con EcoTech viene messa sul piatto una polizza, prima assente, a garanzia degli anticipi di soldi. Solo che le polizze fornite sono idonee, secondo l’Ivass, a fornire le garanzie necessarie, per cui nelle casse regionali si registra un ammanco di più o meno 11 milioni, ovviamente senza alcuna mascherina consegnata.

La reazione della Regione, una volta ricostruita la filiera EcoTech-eXor-Internazionale Biolife è semplice: blocca il pagamento della consegna diretta di Biolife, quella comunque onorata. Anche perché, nel caos giudiziario dei mesi successivi, i vertici di Biolife finiscono sotto inchiesta per una serie di ipotesi di reato.

L’ULTIMA BEFFA
La vicenda però non finisce qui: la eXor capisce che Internazionale Biolife, oltre a non fornire le mascherine, non avrebbe restituito le somme anticipate e decide di rivolgersi al Tribunale di Taranto per pignorare il credito che la stessa Biolife vanta nei confronti della Regione Lazio per la fornitura diretta onorata.

La Regione Lazio ovviamente si oppone, ma il Tribunale civile di Taranto dà ragione a eXor Sa, concede il pignoramento e condanna l’ente presieduto da Nicola Zingaretti a versare a eXor i 4,5 milioni di euro oggetto del credito vantato dalla società svizzera nei confronti della Biolife. Il giudice decide così che la Regione «resta obbligata al pagamento della minima somma residua», più la metà. Mentre rimane intatto il «buco» di 11 milioni per la presunta truffa subita sulle mascherine fantasma. Ora eXor Sa userà parte dei 4,5 milioni per restituirne 3,5 alla Regione, condannata quindi a risarcire se stessa per le mascherine cinesi acquistate a marzo 2020, pagate parzialmente in anticipo e mai arrivate.