Taiwan, la mossa di Xi sull’opposizione: il vero messaggio prima del vertice con Trump
(Adnkronos) - L’invito di Xi Jinping alla leader del principale partito di opposizione taiwanese segna un passaggio delicato nella partita sullo Stretto. La visita di Cheng Li-wun, presidente del Kuomintang (Kmt), prevista tra il 7 e il 12 aprile tra Pechino, Shanghai e Jiangsu, arriverà a poche settimane dal summit tra il leader cinese e Donald Trump, previsto per metà maggio.
Una sequenza temporale che difficilmente è casuale. Pechino, che continua a rifiutare qualsiasi interlocuzione con il presidente taiwanese William Lai, definito “separatista”, apre invece un canale diretto con l’opposizione, nel tentativo di influenzare gli equilibri interni dell’isola e, indirettamente, il rapporto tra Washington e Taipei.
Come leggere tutto questo? L'Adnkronos lo ha chiesto a Stefano Pelaggi, ricercatore alla Sapienza, tra i massimi esperti italiani di Taiwan. Pelaggi ha vissuto e condotto ricerche a lungo sull'isola, è research fellow al Taiwan Center for International Strategic Studies ed è autore de L'isola sospesa. Taiwan e gli equilibri del mondo (Luiss University Press), la prima ricerca italiana interamente dedicata a Taiwan: un viaggio dalla storia dei "pirati di Formosa" al Sunflower Movement, dai legami con il Giappone alla democrazia taiwanese, fino ai chip che reggono l'economia globale.
Professor Pelaggi, quanto è rilevante l’invito di Xi Jinping alla leader del Kuomintang?
L'invito è stato annunciato dal direttore dell'Ufficio del Lavoro su Taiwan del Comitato Centrale del Pcc, Song Tao, che ha detto di essere stato "autorizzato ad annunciare". Il che significa che Xi Jinping ha invitato esplicitamente Cheng, e per la comunicazione di Pechino questo è un elemento importante.
Chi è Cheng Li-wun e perché la sua figura è così particolare nel panorama politico taiwanese?
Ha un profilo molto particolare. È stata eletta alla guida del partito a ottobre contro l’apparato, battendo con oltre il 50% un candidato molto radicato come l'ex sindaco di Taipei. Una vittoria netta.
Ha portato uno stile comunicativo completamente nuovo per il Kuomintang: molto dinamico, anche populista, capace di parlare a un elettorato che il partito non intercettava da tempo. È una figura atipica anche per il suo percorso: viene dal campo opposto, dal Partito progressista democratico, ha una formazione internazionale di altissimo livello, e ha costruito la sua ascesa con una forte campagna sui social.
Ha anche assunto posizioni molto radicali sul rapporto con gli Stati Uniti…
Sì, ed è questo l’aspetto più sorprendente. Il Kuomintang è storicamente il partito dell’alleanza con Washington. Eppure lei ha detto esplicitamente che Taiwan dovrebbe allontanarsi dagli Stati Uniti, che “Putin è stato eletto democraticamente” e che l’isola “rischia di fare la fine dell’Ucraina”. È andata oltre quello che in passato veniva anche solo ipotizzato. Ha rotto completamente gli schemi.
Lei parla di una campagna social a tappeto che l’ha portata alla vittoria. E allora le chiedo: chi ha pagato, o spinto, per questa campagna?
C’è stato un episodio significativo: durante le primarie, è stato lo stesso Kuomintang a denunciare interferenze cinesi, non il governo. È un corto circuito interessante. Il Partito comunista cinese si è congratulato con lei ancora prima dei risultati ufficiali. Questo indica chiaramente un interesse diretto di Pechino.
Che effetti può avere questa visita sugli equilibri interni taiwanesi?
Arriva in un momento in cui il Partito progressista democratico è ai minimi storici. Il presidente Lai non è riuscito a costruire consenso, soprattutto tra i giovani. Il Kuomintang, invece, punta a capitalizzare questa fase. Paradossalmente, preferisce che non si vada a elezioni anticipate, perché un nuovo candidato del Dpp potrebbe riaprire la partita. Con Lai, invece, il vantaggio è netto.
La visita può influenzare anche il rapporto tra Stati Uniti e Taiwan?
Sì, soprattutto sul piano simbolico e politico. Un incontro cordiale tra Pechino e la leader dell’opposizione taiwanese, a poche settimane dal summit tra Xi e Trump, può indebolire la percezione della cooperazione tra Stati Uniti e Taiwan, anche sul fronte delle forniture militari.
C’è il rischio che l’opinione pubblica taiwanese si sposti verso un accomodamento con la Cina?
È l’opzione su cui Pechino sta puntando di più: un lento avvicinamento, più che un’azione militare. Tuttavia ho dei dubbi. Storicamente, nei momenti decisivi, l’opinione pubblica taiwanese ha sempre reagito in modo netto, soprattutto dopo Hong Kong. L’idea di una integrazione politica con la Cina non è oggi accettata.
Eppure il contesto internazionale sta cambiando, tra guerra in Iran e tensioni globali. I taiwanesi temono che gli Usa potrebbero non essere in grado di difenderli in caso di attacco?
Certo, e questo pesa. Il tema dell’impegno globale degli Stati Uniti è centrale. Se Washington appare meno affidabile, questo può influenzare il dibattito interno a Taiwan. Ma i costi di un’azione militare cinese restano altissimi. E anche l’economia gioca un ruolo: Taiwan cresce molto, oltre l’8% annuo, numeri inauditi per un paese sviluppato, ha stabilità interna, e finora ha gestito bene il rapporto con Pechino.
Quindi quale scenario è più probabile?
Nel breve periodo, una strategia di pressione graduale. Disinformazione, influenza politica, apertura verso l’opposizione. La visita di Cheng va esattamente in questa direzione: mostrare le divisioni interne di Taiwan e rafforzare l’idea che un dialogo con Pechino sia possibile. Ma quando si arriva al momento decisivo, la storia recente suggerisce che la società taiwanese tende a ricompattarsi. (di Giorgio Rutelli)
APPROFONDIMENTO SUL DOSSIER ARMI
Miliardi sulla carta, consegne in ritardo
Tra dicembre 2025 e marzo 2026 l'amministrazione Trump ha autorizzato vendite di armi a Taiwan per oltre 11 miliardi di dollari (il pacchetto più grande mai approvato) che include Himars, missili anticarro e droni. Il parlamento taiwanese ha sbloccato a marzo la firma di quattro accordi per circa 9 miliardi, ma il grande budget straordinario da 40 miliardi voluto dal presidente Lai per il periodo 2026-2033 resta bloccato dall'opposizione del Kuomintang, che si rifiuta di "firmare assegni in bianco". In parallelo, un ulteriore pacchetto da circa 14 miliardi (con missili intercettori avanzati) sarebbe pronto ma viene tenuto segreto in attesa del vertice Trump-Xi di maggio.
Il nodo strutturale: i ritardi nelle consegne
Al di là degli annunci, il problema più concreto è il backlog. Le forniture già accordate ma non ancora consegnate superano i 20 miliardi di dollari, perché la base industriale della difesa americana è sotto pressione su più fronti: Ucraina, Iran, Indo-Pacifico. Per questo Taipei ha chiesto pubblicamente a Washington di accelerare sia le consegne che le notifiche al Congresso per i nuovi pacchetti. La nuova "America First Arms Transfer Strategy" di Trump favorisce in linea teorica Taiwan, ma l'efficacia reale dipenderà da tre variabili ancora aperte: l'approvazione del budget straordinario, la velocità effettiva delle consegne e quanto Trump vorrà concedere a Pechino sul dossier armi in vista del summit di maggio.