L'abbraccio di tutta Italia

Che meraviglia di popolo quello in fila per Mario

Franco Bechis

Ero da mezz'ora nella lunga fila che da via dei Giubbonari si snodava per arrivare alla cappella del palazzo Monte di Pietà dietro Campo de Fiori a Roma per l'ultimo saluto a Mario Cerciello Rega quando il pietoso e assoluto silenzio che accompagnava la processione è stato spezzato da un applauso improvviso, partito da una ragazzina davanti a me. Stava sfilando per entrare nella camera ardente un lungo cordone di poliziotti della squadra mobile di Roma, in assetto tattico, e tutta la gente che c'era, anche i turisti che passavano di lì per caso, senza dire una parola hanno battuto le mani. Qualcuno con le lacrime agli occhi, altri sussurrando un semplice “grazie”. Era accaduto già prima al passaggio delle auto dei carabinieri, è accaduto tante volte in questo pomeriggio romano dove violenti scrosci di pioggia si alternavano a qualche lampo di sole senza mai scalfire la compostezza di quel pellegrinaggio. In fila c'erano romani di ogni quartiere, che sono voluti venire lì a tutti i costi, turisti che avevano saputo e volevano dare quel saluto anche loro, i bangladini (come li chiamano a Roma) che vendono rose a Campo de' Fiori e in silenzio uno dopo l'altro le hanno deposte ai piedi della bara. Gente semplice, che voleva abbracciare Mario e la sua famiglia, carabinieri in congedo che erano lì trasfigurati dal dolore perché quelle coltellate era come le avessero ricevute nella loro carne. E anche personaggi più o meno noti, rigorosamente in fila, fuggiti davanti alle telecamere che li aspettavano all'uscita perché non erano lì a fare spettacolo. C'era Flavio Insinna che stringeva la sua compagna Adriana, qualche politico che non faceva passerella come il Pd Riccardo Magi, il corrispondente della Frankfurter Allgemeine, Tobias Piller perché “erano i miei carabinieri questi della stazione Farnese, li conoscevo tutti perché facevo qui le pratiche”. E tanti, tantissimi altri: più di settemila sono sfilati ieri. Qualcuno in coda a fare le condoglianze a Maria Rosa, che in quaranta giorni è diventata moglie e vedova, e pallidissima fra le lacrime, ma sempre in piedi, riceveva abbracci, ascoltava ricordi di chi aveva conosciuto Mario, in quartiere. La maggiore parte in fila davanti alla bara, un segno della croce, una carezza alla foto con il sorriso largo di Mario il giorno del matrimonio che tutti ormai conosciamo, e ce l'ha reso fratello, molti si sono inginocchiati, e poi hanno lasciato la loro firma sul registro. Entrato nella cappella, un anziano ex carabiniere ha urlato: “Grazie, Mario!”, e anche qui in silenzio è partito un applauso che ha fatto vibrare tutta la fila contagiando anche chi era all'esterno in coda e non poteva avere sentito. Che splendido paese c'era ieri al Monte di Pietà di Roma. Una lezione straordinaria di amore e di pietà, di capacità di capire le cose ben più di noi che dovremmo raccontarle e analizzarle e ci facciamo arrovellare da dubbi e interrogativi. Non c'erano ombre in quella folla su quanto accaduto quella maledetta notte a Prati. L'unica che tormentava è stata sussurrata da una anziana coppia di romani alle mie spalle, appena usciti dalla camera ardente. Lui rivolto alla moglie in romanesco: “Speriamo che questa volta gli americani ci rispettino”, perché la paura è quella: che l'assassino ce lo portino via loro, e lo processino chissà come e chissà quando, come troppe volte è accaduto in tragedie italiane. Magari per quella sua foto con la benda sugli occhi che tanto scandalo già sta offrendo sui media americani. Ma un vecchio dal volto segnato dalle rughe e dal sole appena uscito anche lui dalla cappella, li rassicurava: “Nooo, impossibile. E' che mai gli hanno fatto con quella bendina sugli occhi? Sarebbe una tortura quella? Ma dàai! Manco un capello gli hanno torto, manco un'ecchimosi aveva. Non ci provino proprio, gli americani!”. Quel tema- la benda e le polemiche fresche- scuote e amareggia molti militari che attendono in piazza, e non mancano si sfogarsi. “ Ma lo sa”, mi dice un ufficiale, “che ieri il medico legale non riusciva a terminare l'autopsia perché è scoppiato in lacrime quando ha visto? Undici coltellate gli ha dato al povero Mario. Undici! Un massacro, lo scempio del suo corpo. Mettiamo pure che il ragazzino si sia sentito incastrato e per raptus abbia impugnato il coltello. Una coltellata! Forse due, e poi se la doveva dare gambe levate. Ma undici coltellate! Voleva proprio uccidere...”. Altri carabinieri sfogano l'amarezza per i dubbi e le ombre che emergono da molti resoconti giornalistici, “Dicono perché non hanno sparato? Prova a farlo a un ragazzino di 19 anni per un furto da 100 euro e poi vedi cosa accade a un carabiniere! E' che noi non possiamo parlare, non possiamo raccontare cosa accade tutti i giorni. Anche a un semplice posto di blocco, dove se chiedi qualcosa e fai il tuo dovere rischi che ti mettono sotto e ti insultano dicendo che stai abusando del tuo potere. Non sa cosa ci succede per qualche deficiente del caso Cucchi...”. Dico loro che non è vero, non è così per la stragrande maggioranza degli italiani. Proprio quella fila interminabile e muta, che rompe il silenzio solo con applausi ogni volta che sfila qualche divisa, dice il contrario: gli italiani sanno quanto prezioso e rischioso sia il lavoro di chi li difende. E li amano perché in ogni famiglia c'è un carabiniere o un poliziotto amico, un parente, uno che da giovane ha fatto il servizio militare nell'arma. Nel cuore di chi ha perso la propria domenica di riposo per essere lì c'è tutto l'abbraccio che meritano Mario e tutti i ragazzi come lui che ogni giorno sono per strada. Ed è un abbraccio che l'Arma ha sentito di dovere ricambiare. All'uscita della camera ardente c'era infatti un maresciallo dei carabinieri (così mi è sembrato, ma ho guardato distrattamente le mostrine) che ad ogni visitatore passato davanti alla bara di Cerciello Rega ha stretto la mano, dicendo “grazie” e facendo il saluto militare come se tutti fossero autorità. Che Italia meravigliosa si è ritrovata ieri al Monte di Pietà di Roma! Vi prego, non rovinatela.