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25/08/2010, 05:30

Roma 60 rivive

Il 25 agosto del 1960 il mondo apriva gli occhi sulla Capitale. L’edizione dei Giochi rimasta più di tutte nel cuore degli sportivi. PETRUCCI Sport e città cambiarono volto

Le Olimpiadi di Roma '60 Erano brani di storia contemporanea, vivi come brandelli di carne. Parevano portare dentro lo stadio la concretezza vivente delle recenti battaglie, delle recenti morti, ma tutto come purificato, diventato esperienza e dolore di ognuno di noi, e, come tale, superato, vinto dall'incalzare del tempo e della storia. Era presente, in quella parata, l'intero mondo. Questo scriveva Pier Paolo Pasolini dalla tribuna stampa dell'Olimpico tra i 60mila che avevano invaso lo stadio nel pomeriggio del 25 agosto di 50 anni fa, quando la Capitale divenne agorà e simbolo di una stagione serena che per tutto l'appassionante itinerario agonistico dei Giochi fu stagione del mondo. Uscito mortificato dal conflitto bellico, lo sport olimpico s'era aperto alla ripresa 12 anni prima tra le macerie di Londra, vivendo in successione, prima nella spartana ospitalità finlandese di Helsinki e poi nel complesso esotismo organizzativo dell'emisfero australe di Melbourne le tappe di avvicinamento al 1960. Preceduta dall'esito positivo registrato a Cortina d'Ampezzo nel 1956 con i Giochi invernali, al di là delle liturgie celebrative l'Olimpiade romana fu realmente Olimpiade impeccabile. Ne furono protagonisti la città, il calore dell'accoglienza, l'irripetibilità scenografica, l'estetica degli impianti, firmata da maestri d'architettura e urbanistica, la qualità organizzativa, infine.


Fu pure Olimpiade di primati, per numero di nazioni iscritte, di atleti partecipanti e di risultati. Tuttavia, tale coralità di consuntivi non sarebbe forse stata sufficiente per assegnare ai Giochi di Roma quel ruolo enfatico di svolta epocale che la storia dello sport olimpico avrebbe progressivamente identificato nella sua 17ª edizione, elevandola a simbolica chiave di lettura di un mondo in fase di trasformazione, e spesso in modo traumatico, come di lì a un anno sarebbe stata tetra testimonianza l'innalzamento del muro berlinese. Sulla pista dell'Olimpico, con 321 unità sfilò una Germania unificata. Lo sarebbe stata ancora nel '64, riapparendo dopo una penosa diaspora solo ai Giochi di Barcellona del '92. Negli impianti della Capitale si confermò inoltre la supremazia dell'Unione Sovietica: la retorica del Cio non prevede la stesura di medaglieri, ma nel 1960 l'infallibilità dei consuntivi vide le maglie rosse respingere al mittente, con margini imbarazzanti, il tentativo degli Stati Uniti di recuperare gli svantaggi emersi nella precedente edizione di Melbourne. Roma fu anche terreno di eventi individuali che dalla cronaca sarebbero passati alla storia.


Rafer Johnson, decatleta, fu il primo portabandiera di colore in una rappresentativa olimpica statunitense. Un ossuto e anonimo cursore etiope, guardia del Negus, Abebe Bikila, scrisse a piedi nudi, sui basolati dell'Appia, il nome del primo olimpionico africano. L'insulto del doping fece ufficialmente ingresso nei Giochi con la morte per abuso di anfetamine di un ciclista danese, un povero ventitreenne muratore di Aarhus, Knud Enermark Jensen. La novità più radicale dell'Olimpiade romana portò tuttavia il nome e gli uomini della radiotelevisione italiana. Una colossale mobilitazione tecnologica e organizzativa, insieme con l'insostituibile contributo radiofonico, consentì di aprire la Capitale al mondo con la realizzazione di 102 ore di diretta televisive, con 21 nazioni collegate. Per la prima volta venne sottoscritto dalla Rai un protocollo finanziario con organismi internazionali, incassando 394.000 dollari dalla CBS statunitense e 250.000 dall'Eurovisione. Se quella di Roma fu meravigliosa estate, testimone di un successo collettivo dello sport italiano e degli uomini che lo rappresentarono sia sotto i riflettori della notorietà sia nel più generoso degli anonimati, lo fu soprattutto perché il concorso organizzativo vide schierati a fronte comune, malgrado inevitabili eccezioni, istituzioni di governo centrali e territoriali, aziende di stato, imprenditoria privata. La correttezza d'impegno fu dunque norma, e non eccezione. E le forze centripete, intese come sostanziale unione d'intenti, furono infine tali da prevalere su quelle centrifughe.

 

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Augusto Frasca

25/08/2010

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