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Cari juventini e milanisti, lasciate soli i giallorossi

Avete presente le placche marmoree che su via dei Fori mostrano la grandezza imperitura di Roma? Sei lì, tra Massenzio e il Colosseo, e contempli beato la sequenza dell'espansione dell'Urbe, da Romolo ad Augusto. E vedi in quelle mappe quante genti, per amore o per forza, abbiano sentito il morso della Lupa per dirsi, alla fin fine, romane anch'esse.


Poi chiudi gli occhi e scopri un'altra Roma, improvvisamente amata: quella sospesa tra Sensi e Soros, nei giorni fatali che precedono l'Evento. Noti che lungo la Penisola e sulle coste del Mare Nostrum, dai Pirenei all'Asia Minore e oltre, vanno insediandosi, pro tempore, nuove e infide legioni giallorosse. Mezzi ascari e mezzi visigoti, hanno giurato una fedeltà a cottimo: sperano di festeggiare la Vendetta universale contro i nerazzurri spioni e usurpatori di vittorie altrui, sognano che i Paperoni meneghini si trasformino in tanti Rockerduck, costretti a mangiarsi per rabbia e scorno il cappello, e che mandino al macero le magliette del centenario, e che gli resti nella strozza l'urlo a lungo collaudato, con troppa sicumera. Un'epifania nazionale, un'ecumenica catarsi pallonara alla quale pretendono di aggregarsi milanisti e juventini, e troppi altri cari fottutissimi nemici di una vita.
Fino a domenica, insomma, il mondo sarà diviso in due: di qua gli interisti, di là tutti quelli pronti a saltare sulla biga romanista, in caso di trionfo. Proprio come accade coi governi, col nuovo capufficio o con la moglie appena separata del tuo miglior amico.
E così, nella settimana dei dilemmi più angosciosi, eccone un altro per il devoto di osservanza tottiana: fossero propizi gli Dei della sfera plasticata, si può mai invitare Drughi e Diavoli alla festa? Da Montesacro alla Magliana, dall'Appio a Primavalle, il dibattito monta come il coro del Nabucco: «Che vonno questi? Nunsiamai venissero a sventolà i loro stracci fra le Mura», tuona il fruttarolo. «Lassali perde, tanto prima o poi qui vengono tutti a 'nginocchiasse, come alla Scala Santa», minimizza il carrozziere. Come sia, nessuno dimentica le consolidate rivalità: le questioni di centimetri, Viola e Boniperti, o Shevchenko che si avvita in cielo per negare uno scudetto ai lupacchiotti. E allora il romanista vero quasi quasi vorrebbe che l'Evento non ci fosse, perché la goduria già c'è stata, a veder tirare il collo ai manciniani spocchiosi e fighettoni. «Tranquilli, lo scudetto è de quei ladri», conciona l'arrotino. «Eppoi, me ce vedi a Testaccio a strombazzà co' i Gobbi? Mai e poi mai», giura Peppe Brega, campione di boccette. E in fondo è così: restituiteci la nostra solitudine. Meglio detestati che intruppati con zebre e satanassi.

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16/05/2008










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