L'approssimarsi di un'occasione
come Catania-Roma, con il titolo in palio, mi autorizza al
di là dell'obiettività che cerco di rispettare a esprimere
grande soddisfazione per il lavoro svolto da Luciano
Spalletti. Ho creduto fin dal primo momento nelle sue
capacità, soprattutto nel gioco che s'era inventato per la
sua Roma e che, tanto per identificarne la più chiara
matrice, ho definito «all'olandese». Si può discutere fin
che si vuole su questa identità tecnico-tattica: resta il
fatto che oggi la Roma è pronta a divorarsi l'Inter
anarchica, grazie al gioco che ha sempre espresso, al
modulo che non ha mai tradito neanche quando è venuto meno
l'apporto spesso determinante di Totti.
Non è stato
subito capito, Spalletti, soprattutto da quella critica
malata di campionismo che sempre ha indicato in Totti
l'elemento essenziale, irrinunciabile. E in realtà Totti,
il cui peso resta importante, è stato il primo a credere
nelle scelte del tecnico, rinunciando alla centralità
«totalitaria» del proprio ruolo: e oggi è felice di avere
la possibilita' di cogliere un successo che lo compensi di
tanti sacrifici, compreso il forzato abbandono della maglia
azzurra.
Voglio anche dire che il lavoro di Spalletti
è andato ben oltre le azzeccate intuizioni tecniche: la sua
calma olimpica è stata trasmessa alla squadra anche quando
l'inseguimento poteva sembrare inutile; mentre dall'altra
parte l'ha fatta da padrona la confusione, la polemica,
l'anarchia, la rabbia, il tutto accompagnato da eccessi
d'ira e scambi di spesso colorite accuse. Ecco com'è nata
una finalissima-scudetto in cui pochi credevano e che, per
quanto riguarda la Roma, non è frutto del destino ma
soprattutto dell'impegno del tecnico. Quando Capello ha
vinto, l'ho definito «cavaliere del lavoro». Un titolo che
Spalletti ha già vinto.
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13/05/2008