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Spalletti il suo titolo l'ha già vinto

Ero seduto su poltronissime del «Corriere dello Sport» quando la Roma ha vinto i suoi due ultimi scudetti, nell'83 e nel 2001, e ho goduto delle imprese giallorosse editorialmente se non da tifoso. Anche se mi legava una buona amicizia a Paolo Roberto Falcao, scoperto in Brasile dal mio «Guerino», così come avevo accolto le primissime rivelazioni di Vujadin Boskov a proposito di un ragazzo a suo avviso bravissimo - di nome Francesco Totti - che ho subito apprezzato; per non dire dell'antica amicizia che mi lega a Fabio Capello.


L'approssimarsi di un'occasione come Catania-Roma, con il titolo in palio, mi autorizza al di là dell'obiettività che cerco di rispettare a esprimere grande soddisfazione per il lavoro svolto da Luciano Spalletti. Ho creduto fin dal primo momento nelle sue capacità, soprattutto nel gioco che s'era inventato per la sua Roma e che, tanto per identificarne la più chiara matrice, ho definito «all'olandese». Si può discutere fin che si vuole su questa identità tecnico-tattica: resta il fatto che oggi la Roma è pronta a divorarsi l'Inter anarchica, grazie al gioco che ha sempre espresso, al modulo che non ha mai tradito neanche quando è venuto meno l'apporto spesso determinante di Totti.
Non è stato subito capito, Spalletti, soprattutto da quella critica malata di campionismo che sempre ha indicato in Totti l'elemento essenziale, irrinunciabile. E in realtà Totti, il cui peso resta importante, è stato il primo a credere nelle scelte del tecnico, rinunciando alla centralità «totalitaria» del proprio ruolo: e oggi è felice di avere la possibilita' di cogliere un successo che lo compensi di tanti sacrifici, compreso il forzato abbandono della maglia azzurra.
Voglio anche dire che il lavoro di Spalletti è andato ben oltre le azzeccate intuizioni tecniche: la sua calma olimpica è stata trasmessa alla squadra anche quando l'inseguimento poteva sembrare inutile; mentre dall'altra parte l'ha fatta da padrona la confusione, la polemica, l'anarchia, la rabbia, il tutto accompagnato da eccessi d'ira e scambi di spesso colorite accuse. Ecco com'è nata una finalissima-scudetto in cui pochi credevano e che, per quanto riguarda la Roma, non è frutto del destino ma soprattutto dell'impegno del tecnico. Quando Capello ha vinto, l'ho definito «cavaliere del lavoro». Un titolo che Spalletti ha già vinto.

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13/05/2008










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