Il comunicato è
chiaro: «Italpetroli precisa di non aver ricevuto alcuna
lettera da parte di Unicredit Banca di Roma, con la quale
quest'ultima invita l'azionista di riferimento a rivalutare
presunte offerte relative all'acquisizione del pacchetto
azionario di maggioranza dell'As Roma, formulate da
qualsivoglia soggetto».
Smentito dunque l'arrivo della
lettera con la quale Unicredit avrebbe fatto pressing sulla
proprietà per la cessione del pacchetto di maggioranza di
Italpetroli. E se una società si prende la briga di
smentire, vuol dire che un escamotage c'è. E di fatto tutto
ruota attorno al testo di questa «moral suasion» (spedita
ai tre «protagonisti» due giorni fa) che non parla mai
esplicitamente della vendita della As Roma o della
trattativa con la Inner Circle Sport di Soros, ma chiede
semplicemente alla Italpetroli, alla famiglia Sensi e a
Banca Finnat (l'istituto di credito che si sta occupando
del piano di ristrutturazione della holding) «informazioni
dettagliate su come Italpetroli e la famiglia Sensi
intendano rispettare il piano di rientro del debito che
ammonta a 367 milioni di euro» in grande maggioranza
proprio con Unicredit.
Un pressing chiaro e tondo
quindi con tutte le componenti dell'affare, le banche, gli
advisor dello studio Tonucci, di Banca Rotschild e della
Cleary Gottbly, compreso Tacopina, che spingono per
l'arrivo del magnate americano Soros e dei suoi soldi.
Inutilmente.
Ma proprio mentre il fronte si compatta e
in cerca della soluzione che possa agevolare il passaggio
di mano, arriva lo stop della famiglia Sensi che nega
appunto una discrasia interna con l'ennesimo comunicato. E
stavolta è tutto vero, nel senso che la famiglia, prima
divisa o comunque nella complessità poco sicura di dover
investire ancora sulla As Roma, si è ricompattata attorno
all'ad giallorosso Rosella Sensi e avrebbe deciso di non
vendere più il pacchetto di maggioranza. In soldoni vuol
dire che i Sensi metteranno altri asset a disposizione
delle banche per garantire il rientro del debito, ma
terranno la Roma: altrimenti Unicredit, che di aspettare
non sembra aver più voglia, potrebbe esercitare il famoso
2% e cambiare di nuovo tutte le carte in tavola. La
trattativa con Soros termina qui: per il momento.
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01/05/2008