Con il non trascurabile particolare che
Montezemolo (pur negandogli ogni merito nei successi di
Lauda quando, a metà anni '70, egli era il giovanissimo
direttore sportivo del Cavallino), avrebbe colto le sue 103
nell'arco di poco più di 16 anni, mentre i suoi
predecessori, Fondatore compreso, hanno impiegato più di
quattro decenni per mettere assieme le loro.
Certo, a
tornare con la mente indietro nel tempo, a quando la
striscia di vittorie culminata due settimane fa in Bahrain
nella numero 100 era ancora dilà da venire, c'è da restare
a bocca aperta. Che la Ferrari faccia a pezzi gli avversari
oggi sembra non soltanto naturale ma persino obbligatorio,
e quando le rosse non vincono per due gran premi di seguito
cominciano addirittura i processi di piazza. L'ampiezza
della rivoluzionaria rifondazione operata da Montezemolo
nella fabbrica di automobili più famosa del mondo può
essere correttamente percepita soltanto percorrendo a
ritroso questa trionfale epopea fino ad arrivare
all'inverno fra il 1991 e il 1992, quando l'allora 44enne
manager romano, reduce dal clamoroso successo organizzativo
ed economico di Italia '90, venne spedito in fretta e furia
a Maranello dall'avvocato Agnelli, preoccupatissimo per la
gravità della crisi che aveva fatto seguito alla morte di
Enzo Ferrari, avvenuta nel 1988. Perso il Mondiale '90
all'ultima gara, nel '91 la Scuderia, nonostante avesse
Prost quale prima guida, non aveva vinto neppure una volta
ed era squassata dalle guerre intestine.
Nei primissimi
mesi Montezemolo, che ancora doveva capire bene come
stavano le cose, coltivava ancora qualche illusione di
pronto riscatto. In una sera di gennaio, nebbiosa come solo
le sere invernali di Modena sanno essere, riunì i suoi
fedelissimi nell'esclusiva trattoria «Da Bianca» per
serrare le fila e fare un piccolo sondaggio. «Quante corse
vinceremo quest'anno, secondo voi?». Qualcuno disse due,
qualcun altro tre. Lui concluse: «Due, mi accontenterei di
due». Quattro mesi più tardi, dopo aver scoperto che
disastro fosse la F92 A dal doppio fondo e che a Maranello
non era rimasto neppure un ingegnere in grado di progettare
la monoposto per il Mondiale successivo, il neopresidente
comprese che quell'anno non avrebbe né vinto le due corse
che sognava né si sarebbe consolato con un isolato
successo. Anzi, intuì che sarebbe rimasto a bocca asciutta
anche l'anno dopo. Così si rassegnò a effettuare una
frettolosa campagna acquisti all'estero per rifondare la
Scuderia. Prima Barnard e i suoi, con la FD&D («Ferrari
Design & Development») di Guildford. Poi Jean Todt, che
sarebbe arrivato a metà '93 con due motoristi della Peugeot
a rimorchio. Poi Osamu Goto, poi aerodinamici, informatici,
eccetera eccetera...
Per la prima delle sue 100
vittorie dovette attendere che il bradipico Barnard
sfornasse in Inghilterra la prima delle sue tre rosse
«originali», la 412T, e che Gustav Brunner la correggesse a
Maranello. Cioè fino al luglio del 1994.
A Hockenheim,
circuito da motore, Gerhard Berger sfruttò gli 847 cavalli
del V12 da 3,5 litri montato alle sue spalle per schiantare
la resistenza di Shumacher, che fece fuori il V8 Ford della
sua Benetton nel vano tentativo di stargli in scia. Erano
giorni bui, per la F1. Dopo la morte di Senna e
Ratzenberger a Imola, la FIA aveva imposto di montare sotto
alle vetture un lungo «pattino» di legno per evitare che
gli ingegneri adottassero assetti pericolosi perché troppo
estremi. Chi consumava il pattino strisciando sull'asfalto
veniva squalificato (accadde, una volta, a Schumacher).
Così Berger, per non saper né leggere né scrivere, nel
giro d'onore finse di aver terminato la benzina e
astutamente «parcheggiò» la macchina su un cordolo alto e
seghettato, in modo da attribuire a questa manovra
l'eventuale anomalo consumo del «pattino», e salvò il
risultato.
Il più lungo digiuno della Ferrari, durato
quasi quattro anni, era finito. E cominciò quell'«era
Montezemolo» che tutti gli italiani sperano non debba mai
concludersi.
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21/04/2008