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11/03/2010

Notizie - Cultura e Spettacoli

«Quei pranzi in trattoria a San Pietro»

Ho perso un amico con cui era un piacere parlare di jazz, dell'America degli anni Cinquanta, della canzone napoletana, di swing e di tante vicende artistiche che rischiano di non avere più memoria.

Ci si vedeva all'Osteria dei Pontefici, sotto al Cuppolone e Peter, quando parlava di jazz, preferiva non essere interrotto. Ad una signora che lo riconobbe e che gentilmente chiedeva se oltre ad essere un esperto di oroscopi sapesse leggere anche la mano, lui, pur di liberarsene, non esito un secondo: «No signò, però guardo le cosce!». Erano in molti a credere che per lui l'oroscopo fosse un modo come un altro per sbarcare il lunario (letteralmente), soprattutto dopo che la sua stella come musicista si era un po' offuscata. Non era così. A casa sua custodiva con amore libri sui segni zodiacali in tutte le lingue che parlava (cinque) risalenti agli anni Trenta e quell'amore era nato in simultanea con la musica. Ma sapeva prendere il suo lavoro con ironia. Una volta, era il 31 dicembre, lo invitai a fare l'oroscopo per la trasmissione che conducevo, e lui lo fece, ma non era positivo. Fermai la registrazione e dissi: «Peter ci stai facendo un oroscopo catastrofico!» e lui tranquillo: «Ah si? E allora lo rifaccio». All'Aia, dove era nato «sotto il segno della chitarra», aveva studiato al conservatorio, ma la sua fortuna fu quella di arrivare a Napoli e a Roma alla fine degli anni Quaranta, in un momento in cui tutto si ricostruiva. Ma nel 1952 era già la vedette più pagata del Wardorf Astoria di New York. Il suo segreto? Oltre al talento, saper porgere con stile ed ironia tutto ciò che faceva. Ogni tanto partecipava alle infuocate jam sessions a casa di Renzo Arbore. E quando aveva voglia di suonare ancora sbalordiva. Ci mancherà.

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11/03/2010










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