Una commedia assurta ormai a simbolo stesso di un teatro dell'assurdo capace di restituire, tra lampi d'ironia, metafisici riflessi e funambolici non sense, l'amaro disagio del vivere, snodandosi quasi senza azione sul filo di una lunga attesa, destinata a restare delusa e a rinnovarsi il giorno successivo. Senza che in realtà si sappia neppure chi sia il fantomatico Godot da cui i due protagonisti, Estragone e Vladimiro, si aspettano in qualche modo un conforto, di cibo o di riparo, per la loro vita di vagabondi grotteschi e struggenti al tempo stesso. Come sono del resto anche Pozzo e Lucky, che sopraggiungono a immettere un'inquietudine nuova di padrone e servo in quest'umanità sradicata e strana. Un'umanità al confine tra il clown e l'emarginato, che sembra muoversi tra le nebbie ovattate di un vuoto surreale. Mentre surrealmente indefinito è il luogo stesso dell'attesa, segnato solo da un albero, su una strada di campagna. A far da sfondo a una tragicommedia in cui Lorenzo Loris, che cura la regia di un allestimento interpretato, tra gli altri, da Gigio Alberti, sembra riconoscere, a distanza di mezzo secolo dal suo debutto, l'emblema stesso di contemporanee sovraffollate società multietniche, dove l'uomo paradossalmente vive in un senso di costante crudele solitudine.
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05/11/2009