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Poesia «La parte in ombra» di Sergio Zavoli, confessione autobiografica

Il viaggio nella memoria di un poeta

Giuseppe Amoroso Il trasognato sguardo che misura la `«forma trasparente del viaggio», le «derive» del tempo e gli «aquiloni» della speranza convoca sciami di occasioni e li affida a versi colmi di figure, un registro di gesti chiusi in un diario, voci che si ripetono, ma sono nuove se ad ascoltarle, a ridestarne il suono che «ha nidi ovunque» è la confessione aguzza e pensierosa del poeta.

Un mondo di fantasmi risvegliati e, insieme, un mondo «al di qua», fatto di vita vera e di passioni, al riparo dagli artigli del destino che transita nell'ombra. Ma l'agguato risorge, la luce della pagina ha il suo buio e l'io è tentato da una musica antica di paesaggi e volti che recano una nostalgia di «enigmi», è preso dal desiderio di confrontarsi con l'«abbaglio» di se stesso. Il ritmo stilistico disteso, con diramazioni, incisi e «falò» di fantasie, di La parte in ombra (Mondadori, pp. 130, euro 14) di Sergio Zavoli sostiene un flusso discorsivo e lirico impresso anche dai «vuoti» del fraseggio, dalla «sintassi di parole mute», dal moto pendolare degli spazi della memoria, e crea il gioco libero e felice di intuizioni simultanee, allacciamenti analogici, atmosfere sospese. Una corrispondenza tra la partecipazione dell'autore e il variare degli sfondi, con il risultato di un'intesa ipnotica, che attraversa il percorso autobiografico suscitando l'oscillazione del visibile e i «versi civili», una «sequela di sillabe spezzate» in cui si conserva qualcosa del «naufragio». Cercate «perché si ascolti un suono mai udito», le parole «scendono dalle pagine / in silenzio, come stelle morenti tra le dita» e si possono comprare «nei mercatini aperti / domenica mattina». Si anima il cerchio degli affetti familiari accanto a quello percorso dall'io in giro «con qualcuno che non si vede» (Fellini, Bo, Nelo Risi) e intento a guardare «stupito il senso dell'assenza», mentre gli orizzonti lontani di una volta sono ormai «appesi sul terrazzo» e si resta solo «in attesa dei ricordi». Sfilano i treni nella nebbia di novembre, le immagini stampate sopra i vetri, la notte dei defunti, il buio che «resta nel suo nero», la pioggia sul molo, l'«abbraccio» della città che avanza, le mareggiate che portano le «sonanti conchiglie / al concertino allegro della riva». Intanto, il geometrico incrocio di stupori trova sul malinconico «orlo delle cose» (si pensi al titolo della raccolta del 2004) i «tramonti / che non hanno più nulla da inventare». O «un chiaro sconosciuto anche alla luce»?

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04/07/2009










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