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È stato coraggioso Alessandro Zaccuri, con «Infinita notte» (Mondadori, 272 pagine, 18,50 euro), ad ambientare il suo nuovo romanzo in un luogo comune macinato dall'immaginario collettivo, ovvero nella Sanremo del Festival della canzone.
Il tentativo, ovviamente, è quello dell'affresco epocale - e dell'indole di un popolo - attraverso un evento collettivo in cui ognuno dà il peggio e il meglio di se stesso. Tentativo coraggioso, perché il romanzo, e la letteratura in generale, vive soprattutto di «scarti» e differenziazioni rispetto ai palinsesti linguistici e tematici dei mass-media; qui, invece, Zuccari affronta «il mostro» (la particolare realtà definita realtà mediatica) nel suo territorio, tra i suoi attori, le sue canzoni, le sue regole e le sue parole (com'è accaduto a Walter Siti, a un livello più estremo, con «Troppi paradisi»). «Infinita notte» è una girandola di personaggi inquietanti e compromessi, che pure ogni giorno incontriamo nel gossip modaiolo: conduttori, capi della televisione, autori, cantanti, faccendieri russi e manager discografici.
Tutti consapevoli di essere protagonisti effimeri di un mondo effimero, che pure ha le sue difficili regole e i suoi assurdi riti. Meritava il Festival di Sanremo un romanzo così impegnato e pensato? Crediamo di sì; non tanto perché il mondo mediatico è pur sempre carico di destini individuali, ma perché la letteratura è anche attraversamento dei luoghi comuni e delle mode collettive.
Andrea Di Consoli
01/02/2009