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IntervistaEnzo Jannacci racconta il suo rapporto con l'altra metà dei «Due Corsari»

«Quando mio figlio lo chiamava padrone»

Carlo Antini
c.antini@iltempo.it


«Per me Giorgio è più di un figlio o un fratello». Enzo Jannacci parla di Giorgio Gaber come se fosse ancora vivo. E come dargli torto? Tra inediti e omaggi il Signor G non se n'è mai andato davvero.


Enzo Jannacci, all'alba di un nuovo inedito, Gaber torna a far parlare di sé. Qual è la sua modernità?
«È stato sempre più adulto della sua età e anche di me».
Qual era la sua dote principale?
«Amava il teatro ed era mimo di se stesso. Usava voce e corpo e così dava il meglio di sé».
Com'è nata la vostra collaborazione nei «Due Corsari»?
«Aveva bisogno di uno che faceva ridere. Ed eccomi qui. Anche se più di una volta gli ho detto: "Guarda che sei tu quello che fa ridere!", ma lui non ci credeva».
Qual è il ricordo più bello?
«Lo chiamavo "nasone" e lui a me "jannone". Durante gli spettacoli mi caricavo e scaricavo continuamente. Poi arrivava lui e lanciava l'urlo finale. Io lo pregavo di non urlare più alla fine degli spettacoli ma lui mi diceva che non capivo niente».
Quali erano le vostre analogie e differenze?
«Giorgio aveva una voce melodiosa e io sono una cornacchia. Entrambi, però, abbiamo un carattere forte e deciso. Pensi che mio figlio lo chiamava padrone».
Perché padrone?
«Con lui ha composto uno dei suoi primi arrangiamenti musicali e gli è sempre stato molto riconoscente. Ora ci manca molto».

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07/01/2009










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