Non
c'era ancora il coprifuoco, ma qualche volta gli allarmi
aerei costringevano a interrompere le rappresentazioni, sia
in teatro sia al cinema. Accadde anche quella sera di marzo
al teatro Argentina dove si dava il dramma di un giovane
piemontese, Tullio Pinelli, che da poco si era trasferito a
Roma. Si intitolava Lotta con l'angelo e mi
colpì immediatamente non solo per la sua vitalità teatrale
(che, quello stesso anno, avrebbe meritato all'autore un
premio dell'Accademia d'Italia con una lusinghiera
motivazione di Renato Simoni), ma per una forte tensione
spirituale che rifletteva, come segnalò poi Simoni, «la
tragedia di un disperato amore di Dio».
Ero in platea,
giovane critico agli inizi. Pinelli non lo conoscevo, ma
avevo già cominciato a frequentare Silvio d'Amico che lo
aveva indirizzato qualche anno prima al Teatro sperimentale
di Firenze, dove gli avevano messo in scena dei drammi che
non avevo visto; d'Amico me li dette da leggere con
l'assicurazione che si trattava di un autore cui molto
avrebbe dovuto in futuro il nostro teatro.
Non si
sbagliava, naturalmente, ma non poteva supporre che, un po'
più in là, in quel futuro — come nel mio — avrebbe finito
per prendere il sopravvenuto il cinema anziché il teatro.
Ecco così il mio primo incontro con Pinelli. E per un
film che doveva produrre proprio mio padre, piemontese come
lui, e che, diretto da Mario Soldati, si sarebbe rifatto a
un testo celebre del teatro in lingua piemontese, Le
miserie d'monssù Travet, di Vittorio Bersezio,
diventato al cinema Le miserie del signor Travet
(1946). Un film che, con la stessa occasione, mi
fece conoscere Carlo Campanini, il protagonista, Gino Cervi
e un giovanissimo Alberto Sordi.
All'incontro era
presente anche mio fratello Brunello che, più
continuativamente di me, si sarebbe legato d'amicizia con
Pinelli perché insieme, per anni, avrebbero sceneggiato i
film di Fellini, in felice simbiosi.
Un altro film
Pinelli, prima di quello con Soldati, l'aveva già scritto:
In cerca di felicità (1943) di Giacomo
Gentilomo, ma pur continuando ad alternare il teatro sulle
scene a quello per la radio, doveva definitvamente imporsi
nel cinema quando partecipò agli unici due film quasi
neorealisti di Alberto Lattuada, Il bandito
(1946) e Senza pietà (1948). Cui
fece seguire, con una personalità ormai sempre più
affermata, la sua lunga collaborazione con Pietro Germi, da
In nome della legge (1949) addirittura ad
Alfredo Alfredo (1972) e a quel suo film
postumo, poi diretto da Mario Monicelli, che fu
Amici miei (1975). Percorrendovi, in mezzo,
tutte le tappe più significative, da quelle più risentite
(Il cammino della speranza, La città si difende, Il
brigante di Tacca di Lupo, L'immorale), a quelle
che molta critica, a torto, avrebbe definito un po' facili
(Serafino, Le castagne sono buone).
Il
suo peso, in quei testi, lo davano soprattutto le sue doti
di narratore puntuale sia nella costruzione dei personaggi
(in equilibrio spesso fra l'ironia e il dramma), sia
nell'esposizione dosata e meditata di fatti proposti sempre
pensando a dei ritmi che, anziché farsi determinare dai
caratteri, tendevano con precisa abilità a determinarli.
Riflettendovi intenzionali il fluire della vita.
La
spiritualità, però, che aveva guidato fin dagli esordi il
teatro di Pinelli, doveva arrivare ad imporsi, e allora in
modo predominante, quando ebbe inizio quella collaborazione
con Fellini che, avviata con Lo sceicco bianco
(1952), doveva proseguire un film dopo l'altro
proprio fino all'ultimo, La voce della luna
(1990).
Il binomio Fellini-Pinelli, anche più
di quello con gli altri collaboratori, compreso Ennio
Flaiano, segnò in modo determinante il cinema e la carriera
del primo.
Non solo, appunto, per quell'incontro con la
spiritualità che doveva approdare alle sue vette più alte
nella Strada (1954), ma nella rielaborazione
in cifre intellettuali di quelle fantasie fra l'irreale e
il surreale cui Fellini, specie agli inizi, aderiva quasi
soltanto per istinto. Lui il vulcano che suscitava la lava
infuocata della sua immaginazione, Pinelli quello che,
dimesso, in disparte, ma sempre presente, dava loro un
ordine, un metodo.
Se per un verso, però, Pinelli
doveva continuare con Fellini sulle vie della spiritualità
(e, presto, anche della fantasia), quella stessa
spiritualità non tardò a coltivarla, indirizzandola anche
lungo vie impervie, in seguito al suo incontro con Liliana
Cavani, in quelle cifre, definite allora dei «cattolici del
dissenso», che avrebbero presieduto alla realizzazione di
due film citati anche oggi come specialissimi,
Francesco d'Assisi (1966) e
Galileo (1968).
Uomo di cultura, e di
lettere, Pinelli non trascurava comunque in quegli anni un
rapporto intenso con la letteratura, tanto da darci tre
fedeli e nello stesso tempo ispirate riduzioni da romanzi
celebri, La Steppa (1962) da Cechov, per la
regia di Alberto Lattuada, Senilità (1962)
da Svevo e Per le antiche scale (1975) da
Tobino, entrambi per la regia di Mauro Bolognini.
Tenendosi però sempre lontano, probabilmente a causa
della sua indole riservata, da quella «commedia
all'italiana» che pure, dalla fine dei Cinquanta fino a
tutti i Sessanta, avrebbe avuto tanti seguaci, anche fra
registi e sceneggiatori di impegno. Si avvicinò, comunque,
e allora in modo quasi congeniale, ad un autore che, pur
avendovi inizialmente partecipato, aveva finito per seguire
presto vie più raccolte e interiori, Mario Monicelli. Una
collaborazione fervidissima che, dopo i tre Amici
miei (il terzo diretto però da Nanni Loy), doveva
vedere Pinelli e Monicelli felicemente insieme in
Viaggio con Anita (1979), da un soggetto di
Fellini, nel Marchese del Grillo (1981) e,
soprattutto in Speriamo che sia femmina
(1986), un grande film che, contemporaneamente,
poteva definirsi anche un grande romanzo. Scritto del resto
in collaborazione strettissima con altri «sceneggiatori
principi» del cinema italiano, Suso Cecchi d'Amico e
Benvenuti e De Bernardi: un sodalizio cui il nostro cinema,
prima che si facesse alla ribalta anche Vincenzo Cerami,
aveva dovuto i suoi momenti migliori.
Vorrei ancora
ricordare, dopo la lunga attività radiofonica in favore del
teatro, quella altrettanto lunga ed intensa cui Pinelli si
dedicò in televisione, con sceneggiati che, alcuni, hanno
fatto addirittura epoca: da Eleonora (1972),
con Giulietta Masina, al Giovane Garibaldi
(1973), di Franco Rossi a Cristoforo Colombo
(1985), di Lattuada, a Madre Teresa di
Calcutta (1987), di mio fratello Brunello.
Preferisco, però, citare lui oggi, in questa
circostanza, uno dei suoi più felici incontri con noi. Gli
avevamo attribuito un David di Donatello per celebrare la
sua gloriosa carriera e i premiati, come si usa, furono
ricevuti per l'occasione al Quirinale dal presidente della
Repubblica. Quando Pinelli si fece avanti per la consueta
stretta di mano, il presidente, che era Scalfaro, gli
consegnò un grande astuccio verde comunicandogli che, per
l'occasione, aveva tenuto a insignirlo, «sul campo», della
nostra onorificenza più ambita, la Gran Croce al Merito
della Repubblica Italiana.
Tutto il cinema presente,
gli amici, i colleghi, si alzarono subito in piedi per
applaudire. Un saluto, grato e ammirato, lo stesso che gli
rivolgiamo adesso tutti insieme facondogli i nostri auguri
più affettuosi per questo suo importante compleanno.
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19/06/2008