Devo solo pormi sulle tracce di questo fenomeno
che si impone a me, nota dopo nota, con la sua immensità».
Eccolo qui, il genio del pianoforte. Tutta un'infanzia
e un'adolescenza di solitudine, «sempre escluso dalle
comitive: non giocavo a pallone, non mi invitavano alle
feste. Poco tempo fa, una mia ex compagna di liceo ha detto
a un'altra: "Ma Allevi era in classe nostra?"». Lo
emarginavano, e oggi è qualcosa di più di un talento da
trecentomila e passa cd venduti: milioni di ragazzi lo
considerano questo elfo capellone un maestro del pensiero,
un portatore di sane verità. Lui ricambia sostenendo che
«questa nuova generazione ha una sensibilità poetica
straordinaria: sono giovani meravigliosamente complessi
nella loro semplicità, e ci porteranno verso il Nuovo
Rinascimento, lontano da quel Novecento la cui violenza è
stata generata dalla ragione, dal non accettare il mistero
che è dentro ogni individuo».
Eppure, lo scopri spesso
buttato in un angolo, estraniato da ogni evento, mentre
"suona" su una tastiera immaginaria. La sente solo lui,
quella melodia criptata. Magari resta con un dito a
mezz'aria, perplesso, e poi confessa: «Ho appena sbagliato
una nota». Ti racconta di sè, sorride timidamente tenendo
strette fra le braccia le nuove partiture («Sono la mia
coperta di Linus, la mia difesa»), ma sai che nella sala
prove della sua mente sta congiurando qualcosa. «Rincorro
mille volte col pensiero quelle melodie, finché non
assumono una sembianza definitiva, in ogni dettaglio. E non
le cambio mai più. Altrimenti impazzirei. Farei la fine di
Beethoven».
Allevi, sta componendo anche adesso, mentre
parliamo?
«Ho terminato proprio in questo istante un
pezzo per pianoforte solo. Fichissimo! Un ritmo
indiavolato, come un treno inarrestabile. Sono già oltre il
romanticismo struggente di questo mio nuovo lavoro per
orchestra».
Che si intitola "Evolution", ed è
prodigioso nella sua insinuante serenità. Verrà presentato
in un tour che debutta da Assisi il 20 giugno: lei lo
definisce un manifesto della "Nuova classica
contemporanea".
«Ma non c'era la pretesa di
categorizzare. Volevo solo dire che questi pezzi sono stati
composti ai giorni nostri, e che tra archi e fiati
nascondono il "battito" di questi tempi: dentro di me c'è
una tradizione popolare che è quella dei Beatles, di Vasco,
Jovanotti. Nessuno magari se ne accorgerà, ma io devo
tenerne conto. Sul palco con me ci saranno i Virtuosi
Italiani. E più che i musicisti, che doneranno nuova
bellezza ai miei brani, sarò curioso di vedere la reazione
del pubblico: è l'emozione della gente l'atto finale della
creazione artistica».
Se le negassero la possibilità di
esibirsi, proverebbe a far tacere la musica che le gira in
testa?
«Avevo 21 anni quando a Napoli debuttai in
concerto. In sala c'erano solo cinque persone: ma dai loro
sorrisi intuii che il senso era in quest'atto di
condivisione. Quella notte capii di dover dedicare la mia
vita alla musica. Lo devo alla signora Giuditta, che con
gli altri quattro spettatori mi applaudì, e che incontrai
anni dopo in una serata da tutto esaurito».
E forse lo
deve anche al suo coraggio di ragazzino, quando, con una
classica ribellione freudiana, usò la chiave nascosta nel
cassetto per aprire il pianoforte di suo padre.
«Sì,
quella chiave era un feticcio dell'inconscio.
L'emancipazione dalla mia famiglia, che pure è composta di
musicisti, continua tuttora. Sono preoccupati per il mio
futuro. Mi avrebbero voluto professore, ma mi sarei
condannato a una vita di supplenze. Anche se qualche
soddisfazione l'ho avuta, insegnando. C'era quel ragazzino
ribelle, Antonio, che poi sorprendentemente ha preso a
suonare il clarinetto. L'ho citato sul mio libro, ma lui
non l'ha mai saputo. L'ho capito dalla mail che mi ha
mandato giorni fa».
Lei sostiene di fermarsi con
fragilità umana al limite della trascendenza. Davanti a una
nota pensa mai "qui c'è Dio?".
«Mi succedeva da
studente con Bach. La "Suite in Sol maggiore per
violoncello" ti porta in un'altra dimensione, per
un'esperienza che poi ricerchi continuamente. Ma l'umiltà
mi spinge a non oltrepassare quella soglia».
Ha
incontrato Papa Ratzinger. Ha guardato le sue mani?
«Lo
faccio con tutti. Mi è proprio simpatico, perchè è un
pianista, ama Bach, percepisce la musica come un rifugio.
Mi presentarono a lui, ma fu un attimo e non ebbi il tempo
di dirgli nulla. Tra noi solo un gioco di sguardi. Nei suoi
occhi ravvisavo quella delicata solitudine che tanto bene
conosco».
Se le consentissero di suonare a quattro mani
con un gigante della storia della musica?
«Rischierei
una figuraccia, ma forse dovrei accettare la sfida di
sedermi alla sinistra di Franz Liszt».
Mai stato
invidioso di un brano altrui?
«Beh, che dire di
"Lezioni di piano" di Michael Nyman? E se devo scegliere
una cosa pop, trovo irresistibile "Black or White" di
Michael Jackson».
Prego?
«Quella chitarra è
formidabile! A prescindere dalle vicende private, Jackson
ha lasciato un'impronta indelebile nella musica nera. Forse
mi piace perché io sono negato con il ballo. Danzo sulla
tastiera».
E a volte dialoga con gli insetti, come
quella volta che provò a seguire il canto di una cicala
rallentando il tempo del piano, durante un concerto
all'aperto.
«Era nascosta in un cespuglio: non
assecondò il mio ritmo, fece giustamente di testa sua. A me
non dà fastidio la natura mentre suono, anzi. L'anno
scorso, alla prima esecuzione con l'orchestra di "300
anelli", il pezzo che chiude il nuovo disco, in migliaia si
inerpicarono a piedi su un sentiero dolomitico per venirlo
ad ascoltare. I bambini ne restarono affascinati, per la
natura infantile di quella musica. Che per questo amo
definire una "filastrocca fantascientifica"».
Ma cosa
indicano quei "300 anelli"?
«L'età dell'abete che mi è
stato donato. È da tre secoli in un bosco della Val di
Fiemme. Sul tronco c'è una targa: "Appartengo a Giovanni
Allevi"».
Ha mai usato la sua arte per conquistare una
ragazza?
«Mai avuta l'indole del seduttore. E sarebbe
stato un uso privato di una musica che arriva da fuori di
me».
Neppure per il suo primo amore?
«Ne ho avuto
uno solo. E lo sto vivendo tuttora».
Amore e musica: ce
n'è di che campare a sufficienza. Niente hobby?
«Lavo i
piatti a mano per rilassarmi. E mi piacciono i libri di
Paulo Coelho. Una volta ero preso da Seneca. Mi soggiogava
con le riflessioni sull'amicizia, la sicurezza con cui
fondava i suoi pilastri dell'arte del vivere: ma visto come
è morto, qualcosa non deve essergli andata per il verso
giusto».
Ha fatto scalpore la sua definizione
dell'attacco di panico come "un dono". A suo tempo, ne
trasse anche un brano.
«Un'affermazione che spaventa
anche me. In tanti mi hanno scritto per dirmi quanto era
stata consolatoria per loro la mia idea. Molti
psicoterapeuti, analisti, professori universitari hanno
fatta propria la mia tesi, e mi hanno mandato le loro
pubblicazioni. È un modo nuovo di vedere il panico: di
solito lo si concepisce come la necessità di uscire da un
ambiente o una situazione opprimente, ma quando accadde a
me, fino a un attimo prima mi sentivo in Paradiso. In quel
frangente compresi che il panico era la manifestazione di
un'energia potentissima, che sovrasta la nostra
quotidianità. E poi quella parola viene dal dio Pan, il
Tutto».
Qual è la sua "casa"?
«A parte il mio
incasinato e amatissimo bilocale di Milano? È il palco,
dove trovo il piano che non possiedo. Anche se è pericoloso
pensare che io abbia bisogno del pubblico, per dare
significato alla mia vita. E per placare la Strega
Capricciosa. Ma se un giorno mi ritroverò solo,
ricomincerò. Finchè cinque persone non si siederanno in
platea».
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12/06/2008