L'horror giapponese affascina grazie all'abilità di
fondere il mito degli spiriti orientali con caratteri
contemporanei legati alla vita di tutti i giorni, quella
tecnologica, di cui non possiamo più fare a meno e il
cellulare ne è la prova. Ma questi stessi temi nel remake
"Chiamata senza risposta" sfiorano appena quelli del
vecchio film "The call - Non rispondere" di Takashi Miike.
Il remake americano di Eric Valette perde l'esotismo degli
spiriti orientali e il fascino della regia asiatica. Mentre
Takashi, maestro dell'orrore morboso, si era divertito
proprio con gli eccessi spaventosi, costruendo una trama
contorta. Al punto che lo spettatore si sentiva talmente
coinvolto da poter immaginare che, in certi momenti, fosse
il proprio cellulare a squillare. Valette mostra poca
fantasia a vantaggio di una regia spesso pedante,
didascalica e poco inquietante.
Qualcosa gli sfugge
dalle mani e i tormentati fantasmi in cerca di vendetta si
trasformano in una sequela di violenze che rimandano a una
cultura sciatta e priva di mistero. Lo spetttatore si
ritrova così a indagare sulle motivazioni della violenza,
tra suspense prevedibibe e malcelato terrore. Mentre
lasciano perplessi le azioni omicide del fantasma di una
bambina, che sembra quasi non voler cercare vendette, nè
pace assoluta, quanto, piuttosto, un odio gratuito.
Nel remake il fil rouge resta comunque la paura, ma
priva di elementi che sarebbero potuti essere sviluppati
con maggiore attenzione e gusto del macabro. Valette
predilige invece una regia semplice che moltiplica le
apparenze mostruose, rendendole alla fine persino
inefficaci. Viene anche tralasciata l'intrigante
sceneggiatura di Takeshi, che qui diventa quasi asettica,
sottratta delle sue stravaganti sbavature che la rendevano
unica e particolare. Operazione commerciale, quindi, quella
di Valette, nella speranza almeno di catturare l'attenzione
di quei giovanissimi a digiuno del vero culto dell'horror.
Din. Dis.
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06/06/2008