Poi si scambiano i
ruoli mentre d'Annunzio s'illude di vincere e Guerri
sorride sapendo che cadute e risalite non bastano a
descrivere la grandezza di una modernità senza tempo.
Il Vate colpisce chi si fa trascinare da leggende
sbrigative. Il tuo d'Annunzio appare scrittore inarrivabile
e uomo di fallimentari discese. Tenti di stargli lontano.
Te ne fai conquistare.
Più che conquistare, forse
"sorprendere", o addirittura "incantare": l'incanto che può
nascere da un uomo che seppe fare della propria vita
inimitabile il proprio capolavoro. E che, partendo dallo
sperduto Abruzzo della seconda metà Ottocento, riuscì a
realizzare il desiderio di diventare "come un signore del
Rinascimento", creatore di bellezza, espugnatore di città e
di donne straordinarie. Naturalmente questo non mi
impedisce di valutarlo per le conseguenze che ebbero le sue
azioni, pubbliche e private.
L'arte, l'esaltazione
della bellezza, il distacco dalla miseria fino a farsene
travolgere ripugnandola. È questo il tempo giusto per
leggere d'Annunzio?
Sì, d'Annunzio era - prima di tutto
- un esaltatore della "libertà fino all'ebbrezza".
Un'aspirazione oggi condivisa da molti, che però spesso non
sanno decifrarne senso e direzione confondendola con la
libertà di fare "quello che fanno tutti". D'Annunzio
combatté, con grande anticipo, un guasto
linguistico-concettuale dei nostri tempi, in cui abbondano
le indistinte "persone" e scarseggiano gli "individui".
Anche i suoi seguaci a Fiume, Guido Keller e Giovanni
Comisso, intrapresero "una potente lotta contro le persone,
una lotta che sarà vinta dagli individui". Questa lotta è
ancora lontana dall'essere vittoriosa, ma la necessità di
essere "individui" e non "persone" è sempre più sentita.
Quanto vale la ricerca delle parole rispetto alla
povertà dell'espressione che oggi ci tramortisce?
Nel
1910 d'Annunzio si vantò, a ragione: "Quanti parlano e
scrivono con ottocento sole parole! Io finora ne ho usate
almeno quindicimila". La povertà linguistica oggi è
migliorata di poco e una lettura di d'Annunzio è ancora un
viaggio avventuroso alla scoperta di parole rare e
bellissime.
Che cosa non hai scritto in questo libro
"d'Annunzio, l'amante guerriero"?
Mi pento di non avere
citato i versi di "Canta la gioia" che tanto lo
differenziano da una tradizione poetica italiana cupa e
dolente e che non gli è stata perdonata: Canta l'immensa
gioia di vivere / d'essere forte / d'essere giovine / di
mordere i frutti terrestri / con saldi e bianchi denti
voraci…
Tutto è possibile per chi coltivi ambizioni
senza sottrarsi alle conseguenze.
Bisogna avere le
capacità che reggano ambizioni smodate come le sue. Che
riassumerei in una frase sola: "d'Annunzio fu un uomo che
seppe imporre i propri sogni agli altri uomini".
Ambiguo, convinto di poter vivere come voleva perché lo
voleva. Privo di scrupoli, bugiardo, scopiazzatore. Qual è
il merito di d'Annunzio?
Una sua frase riassume il suo
pensiero e la sua vita: "Non chi più soffre, ma chi più
gode conosce". Con un simile assioma d'Annunzio capovolge
l'etica secolare del sacrificio imposta agli italiani e
deride la morale dell'esercito di piccoli e grandi Iacopone
da Todi che hanno insegnato a portare il cilicio e a
disprezzare il mondo. E per lui "godere" non significa
soltanto il semplice piacere della carne ma anche, se non
soprattutto, il piacere della bellezza, della sfida, della
vittoria, dell'affermazione di sé. In ciò, non cattivo
maestro, ma bravo maestro.
D'Annunzio spiazza le
categorie, non fa differenza fra uomini e donne,
s'emoziona, s'annoia, sputa sulla politica. Con largo
anticipo cancella destra e sinistra.
A chi mi chiede
con chi starebbe oggi d'Annunzio, rispondo che avrebbe
fondato un partito suo, chiamandolo "Il partito della
bellezza": un'idea che peraltro gli è già stata copiata.
La sua vita una pagina di storia... mancante. Non è
l'unica del Novecento.
Il mio prossimo libro sarà
appunto su una pagina bistrattata, più che mancante. Ma
posso mantenere il segreto?
Se proprio vuoi...
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15/05/2008