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Spettacoli

In morte di una figlia che scherzava con la vita più seriamente che mai

Lidia Lombardi

l.lombardi@iltempo.it


Se c'è un momento privato nella vicenda di una persona, è quello della morte. Nemmeno in punta di piedi si ha il coraggio di scrutare il passaggio. E invece Fausto Gianfranceschi - saggista, narratore, curatore per un quarto di secolo della Terza pagina de Il Tempo - la morte più dolorosa da sopportare, quella di un figlio, ha il coraggio di squadernarla agli estranei.

Parla così della sua Federica, spirata quarantenne. Parla lui che ha il doppio degli anni e la sorte innaturale di sopravviverle.
La settimana di passione al capezzale della giovane donna squassata da un ictus è una ridiscesa nei reconditi della memoria e dei sentimenti. E i capitoli di questo «Federica» (Pagine ed.) scorrono come un film, tra presente in corsia e flashback di giornate lievi, di risate e di vacanze, di impuntature e di scontri con quella ragazza «sempre di corsa», che aveva adottato per sé il motto di Madre Teresa: «La vita è un gioco, giocala». Avviene così che una personalissima vicenda diventi una storia italiana. Federica è il paradigma di una generazione. In cerca di emozioni e di spiritualità, fa sorridere i genitori col suo primo amore, il Sandokan della tivvù, e poi li fa tremare quando s'incaponisce a lanciarsi col paracadute. S'infervora per Comunione e Liberazione e per i Neo Catecumenali. S'impunta perché vorrebbe restare tutta la notte al Piper, ma da grande si appassiona al tango. S'innammora, si sposa, si divide dal marito, si stressa a tirar su i due figli. Si dedica alla nonna in casa e agli allievi a scuola.
Tutto ricapitola Gianfranceschi. E mentre ricapitola, rilegge avvenimenti come premonizioni. La prima, quando Federica nacque. Un giorno con la neve, strano per Roma. Un giorno gelido. Non è esercizio inutile, questa ricerca di senso. È anelito a un'armonia, entro la quale trovare parziale cura all'angoscia. È un modo di trarre il lettore, nota Gennaro Malgieri nella postfazione, «nelle atmosfere rarefatte del dolore che incontra la speranza». Soprattutto è un modo di non trattare la morte come tabù, da tacere in una contemporaneità in cui tutti devono fortissimamente essere giovani, sani, vincenti. «Federica» è anche un confrontarsi con la morte e rifarne un topos letterario. Come fu in Foscolo o in Thomas Mann. Come adesso non è più.

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10/05/2008










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