In senato, dove tutti ci davamo del
tu, ho avvicinato Gianni Agnelli, l'Avvocato, e gli ho
chiesto perché non scendesse in politica lui. Mi ha
risposto che non era uno stupido. Mi torna in mente una
frase di Mattei, per lui i politici erano come i taxi,
quando serviva ne prendeva uno. Ecco - prosegue Squitieri
durante l'introduzione con la quale ha voluto aprire il
Forum de Il Tempo - oggi siamo in un momento importante,
molto simile al '94. Ci troviamo di fronte al crollo della
sinistra comunista, che ha tradito il Paese. Di questo
crollo la destra, che fino a questo momento è stata
spettatrice, deve ora divenire protagonista con le sue idee
liberali. Oggi dobbiamo con forza, individuale e
collettiva, portare il Paese ad essere uno stato di
diritto».
Pasquale Squitieri, come ha fatto, fino ad
oggi, la sinistra ad avere l'egemonia culturale? Che
problema ha la destra, ha avuto scarsa attenzione verso
queste tematiche?
«La cultura italiana è di destra.
Tanti anni fa lavoravo per Paese Sera, perciò questi
argomenti li ho visti da sinistra. Prendiamo la massima
espressione della nostra cultura cinematografica, Alberto
Sordi, ha criticato la destra, in tanti anni di cinema, ma
sempre dall'interno della destra. Lo stesso Pasolini non è
mai stato di sinistra, in realtà, in tanti anni non è mai
stato fatto un capolavoro, epico, sulla Resistenza. Allora
il problema è della gestione, fatta dalla sinistra, da
uomini come Trombadori. Ma guardiamo "Roma città aperta":
il protagonista è un prete, non un eroe della Resistenza».
Questo è dovuto ad anni di finanziamenti statali?
«Il cinema fatto dallo Stato è segno di degrado ed
inevitabilmente crea censura. Io ho realizzato "Claretta",
"Il prefetto di ferro", "Atto di dolore", film che hanno
fatto discutere e che mai avrei potuto fare con lo Stato».
Eppure in Francia il cinema con i finanziamenti statali
è possibile.
«La Francia è monoculturale. Ha una
capitale, Parigi. Racine è indiscusso. Invece da noi
Manzoni non è l'Italia. Non abbiamo una sola capitale.
Tutte le città italiane, come ogni capitale, vogliono una
università, un aeroporto e uno zoo. Io ne ho contati, in
tutto il Paese, 36, di poveri animali che si mangiano tra
di loro. Il problema è che questo non è un Paese unito».
E i festival del cinema sono tanti quanti gli zoo?
«Molti, molti di più. Roma, Milano, Napoli, i
principali sono 76. In tutti gli Stati Uniti ce ne sono
dieci, e dieci anche in Francia. In Gran Bretagna due, come
in Spagna, in Giappone solo uno. E Questa è l'unità
d'Italia. Parlando della Festa del Cinema di Roma non mi
sembra logico distribuire 17 milioni di euro su Roma. Con
questi soldi si possono fare dei film, anche perché oggi un
film, come "I pugni in tasca", costerebbe la metà della
metà».
Cosa sarà della Festa del Cinema di Roma?
«Gestire una comunità significa gestire delle priorità.
Se un figlio ha fame non possiamo comprargli la bicicletta.
Oggi la situazione è difficile. Io ho una idea. A meno
che... bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga uguale,
nel qual caso me ne tornerò al mio posto, ho l'idea di una
Festa come un sogno lungo un giorno. Ho pensato di chiedere
a dieci grandi registi, di fama internazionale, e qualcuno
l'ho già contattatto, di girare un film su Roma, un omaggio
e un atto d'amore verso Roma. Questa potrebbe essere una
chiave, trovando il modo che questi film vengano proiettati
nel giorno dei David di Donatello, coinvolgendo i David. Un
qualcosa che appaia come un atto d'amore per Roma».
E
le tante persone attratte dalla manifestazione?
«Ma
oggi a nessuna capitale del mondo interessa portare tanta
gente in strada, sono contrario alla banalizzazione della
cultura. Oggi io alla sinistra direi: non siete voi gli
stessi che negli anni '70 bloccaste il Festival di Venezia
e oggi difendete i divi americani? Abbiamo rinunciato a
tutto per farci una foto con DiCaprio? Abbiamo registi
eccezionali: Bellocchio, Amelio, Virzì, Faenza: il suo "I
viceré" andava promosso con più forza».
Il cinema è una
grande industria del nostro Paese, che dà lavoro a
tantissimi ottimi artigiani, c'è una ricetta per
rilanciarlo?
«Prima di tutto partendo dalla Scuola del
cinema, che non può essere affidata a un sociologo, per
fare cinema serve energia, forza. Ai miei tempi venne dato
l'incarico ad un uomo eccezionale: Alfredo Bini, produttore
di film di Pasolini, che era tutti i giorni in prima linea
per il buon funzionamento della scuola, con lui si sono
formati ottimi artisti. L'hanno cacciato via quando è
caduto il governo Berlusconi. Poi in secondo luogo serve
una legge per il cinema, che crei il mestiere del
produttore, in maniera che i film vengano realizzati in
parte dai privati, in parte dallo Stato, per esempio le
opere prime, perché quello è un dovere dello Stato. E poi
un premio per l'incasso, che oggi è molto basso, è un
premietto, bisogna aumentarlo».
E come vede oggi la
situazione tra Sud e Nord?
«Gravissima, la situazione a
Napoli è tragica e lo è anche perché è crollata la camorra.
In qualche modo la vecchia camorra napoletana, sfruttata e
usata dal potere, era un contropotere. Io sono del Rione
Sanità... c'era, tanti anni fa un personaggio, don Felice
Campolongo, detto "il sindaco del Rione Sanità", un uomo
che comandava nella città. Una volta venne da mio padre
perché sua figlia voleva sposare il figlio di un vinaio.
Voleva che mio padre la convincesse a cambiare idea. Poi
cambiò idea don Felice, disse: "È un vinaio, ma noi lo
facciamo onorevole". Lo appoggiò come deputato e lui, il
vinaio, fu eletto con una valanga di voti. Quello era
potere».
Vai alla homepage
08/05/2008