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Antonio Angeli a.angeli@iltempo.it Non è facile, da capire ...

Antonio Angeli
a.angeli@iltempo.it
Non è facile, da capire e definire quel Paolo Stoppa mostro di bravura e camaleontica flessibilità che per più di cinquant'anni ha calcato set e palcoscenici di ogni genere, sempre con garbo, con discrezione.

Cercare di abbracciare la sua carriera, iniziata alla fine degli anni venti, è una vera impresa. Iniziò facendo la gavetta, quella dura, che ti insegna a capire il pubblico, a rispettarlo e a farti rispettare. Prima generico di fila nei teatrini romani e poi attore brillante. Gavetta dura in tempi duri: stringere la cinta era la pena quotidiana che il giovane Stoppa affrontò con una eccezionale voracità di vita e di lavoro. Il primo film nel 1932: «L'armata azzurra», una pellicola avventurosa sull'aviazione. Da allora non si è più fermato affinando un modo di recitare che si basava soprattutto su una voce inconfondibile, eppure universale. Una voce tutta italiana ma che poteva agevolmente essere prestata, e lo farà tanto, con il doppiaggio, a divi stranieri.
Negli anni, ce ne mise pochi, imparò ad affrontare ogni parte: comica, drammatica e a renderla viva dando il massimo. Forse per capire quella sua ineffabile capacità più che cercare di guardare la sua carriera nel suo complesso è meglio focalizzare lo sguardo sui tanti piccoli gioielli che ha intagliato, come il ruolo del vedovo in «L'oro di Napoli», diretto da De Sica, una parte piccola, scolpita con precisione, ironica e tragica che ancora oggi viene additata come esempio di perfezione nelle accademie d'arte drammatica e nelle scuole di cinema. Una forza espressiva eccezionale la dimostrò lavorando accanto a Totò. Nessuno ha mai chiamato Stoppa spalla. Mai. Anche se in quel «Siamo uomini o caporali?», del 1955, tra i film più famosi di Totò, mentre il principe faceva l'uomo lui, Stoppa, era l'immagine del «caporale». Memorabile e, francamente, insostituibile nella lunga scena nella quale interpreta il capo delle comparse Meliconi. «Io so' bono de core», esclama a un certo punto l'iroso «caporale», mentre un Totò mite e silenzioso prova e riprova divise napoleoniche. Ecco in quell'«io so' bono de core», che con il senso fa un'affermazione e con il tono dice il contrario, c'è la stoffa del genio. Un genio, ironico e gentile, che si chiamava Paolo Stoppa.

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01/05/2008










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