A pensarci bene, è davvero
straordinaria la tenuta dell'Azione Cattolica. Ha subito
prove durissime, eppure è riuscita ogni volta a venirne
fuori, a trovare dentro di sé le motivazioni giuste per
rinnovarsi.
Senza andare tanto indietro nel tempo,
basterebbe ricordare il pauroso tracollo tra la fine del
Concilio e la contestazione del '68, con la fuga di almeno
due milioni e mezzo di iscritti. Oppure il confronto con
Comunione e Liberazione negli anni Ottanta, le due anime
del cattolicesimo italiano, i "cristiani della mediazione"
e i "cristiani della presenza". O ancora il dissidio con i
vertici dell'episcopato a causa della "scelta religiosa",
interpretata da non pochi vescovi come una riduzione
intimistica della fede, un disimpegno nell'ambito sociale e
politico.
Oggi, dunque, l'Azione Cattolica non ha più
il monopolio assoluto dell'associazionismo cattolico. Non
ha più il ruolo di interlocutore privilegiato
dell'episcopato. Così come non ha più, quale "terreno"
esclusivo, l'azione pastorale nelle parrocchie, per il
diffondersi di nuove forme organizzative che le comunità
cristiane si sono date. E tuttavia l'A.C. si è via via
dimostrata una esperienza di cui la Chiesa non può fare
assolutamente a meno.
Infatti, proprio per le sue
caratteristiche, l'Azione Cattolica s'è rivelata in piena
sintonia con il progetto di una "nuova evangelizzazione"
lanciato da Giovanni Paolo II. Diversa da altri movimenti -
i quali, per la loro stessa fisionomia, sono portati ad
aggregare certe categorie di persone e a escluderne altre -
l'A.C. è in grado di agire sulla massa. E quindi può
promuovere, in maniera organica e comunitaria, quelle che
sono le basi portanti della missione evangelizzatrice: la
santità di vita e la presenza nella società.
E poi, sul
piano strettamente temporale, c'è da tener conto della
situazione inedita che si è venuta a creare in Italia, dopo
la fine della Democrazia Cristiana e dell'unità politica
dei cattolici, e dopo il progressivo accentuarsi della
diaspora dei credenti nei vari schieramenti partitici. Fino
al delinearsi, con le ultime elezioni, di un sistema
bipolare, con due grandi raggruppamenti attraversati
entrambi da grosse lacerazioni sulle maggiori problematiche
etiche.
In questo particolare contesto, la Chiesa
italiana è scesa spesso in campo per tutelare principi e
diritti che considera intoccabili, a cominciare da quelli
riguardanti la vita e la famiglia. Ma, nello stesso tempo,
la Chiesa si è anche resa conto di aver bisogno di altre
"voci" che possano contribuire a costruire un consenso il
più vasto possibile, nella società italiana, attorno a
questi principi e diritti.
E qui il discorso sembra
portare direttamente all'Azione Cattolica, alla capacità
che essa ha - sono parole del suo presidente, Luigi Alici -
di "rimettere al centro della vita civile, sociale e anche
politica quei valori irrinunciabili che precedono la
dialettica politica". Ed è lo stesso spirito che animava il
"Manifesto al Paese", dove l'A.C. ribadiva solennemente di
voler operare sia per il primato della fede sia per la
promozione del bene comune.
Ed ecco il perché dei tanti
motivi di interesse per la XIII assemblea dell'Azione
Cattolica che si apre oggi a Roma. Una assemblea elettiva
ma, nello stesso tempo, impegnata a ripensare la propria
storia, e da lì ripartire per progettare il futuro. E,
soprattutto, per favorire la maturazione di un laicato
adulto e cosciente. Perché, se è vero che nella Chiesa si
avverte il rischio di un nuovo insidioso clericalismo,
questo rischio è da attribuire non solo ai chierici ma
anche ai laici cristiani.
Vai alla homepage
01/05/2008