Lasciandosi tentare da un
antifranchismo di ritorno, voglioso di cancellare memorie,
smantellare monumenti e "processare i nostalgici". Magari
mettendoci dentro anche lo scrittore Xavier Cercas che con
"I soldati di Salamina"(Guanda, 2004) ha scritto uno dei
romanzi più intensi e struggenti sulla guerra civile e su
quella pietas che, nonostante tutto, può manifestarsi in
mezzo alle scatenate furie ideologiche. Quasi un segno
dello stile ispanico: trama di passioni ma anche di
generosi atti cavallereschi. Un codice d'onore che ti porti
dentro e che obbliga al rispetto del nemico, soprattutto
quando la sua vita è nelle tue mani.
Ma se si fa fatica
a rispettare il nemico, ad accettare che abbia idee e
"ragioni" contrarie alle nostre, quanto meno si dovrebbe
rispettare e accettare la storia. Provando a raccontare che
cosa è successo e perché. In questo caso, che cosa è
successo in Spagna nella seconda metà degli anni Trenta.
Tante le domande.
A scendere in campo furono
contrapposti totalitarismi? I neri contro i rossi? E perché
le democrazie occidentali stavano dalla parte dei rossi? E
la Chiesa da quella dei neri? E perché gli antifascisti
comunisti massacravano gli antifascisti anarchici e
troskisti? Cosa volevano Stalin, Hitler, Mussolini? Cosa
voleva Mussolini da Franco? E quale fu il grado di
gratitudine del Caudillo nei confronti del Duce che aveva
favorito la sua vittoria con massicci interventi di uomini
ed armi?
Tante domande, dicevamo, con la ricerca
storica impegnata a scavare e approfondire, aprendo nuovi
orizzonti di dibattito (si veda il recente saggio di Romano
Canosa dal titolo "Mussolini e Franco. Amici, alleati,
rivali: vite parallele di due dittatori", Mondadori). Dove,
comunque, si ripropone la figura di un uomo politico -
Franco, appunto - che seppe resistere a ogni possibile
pressione ideologica, rifiutando la pericolosa fascinazione
dell'Asse.
Ma Zapatero non sembra tenerne granché
conto. E pare ignorare che il detestato Franco, pur nel suo
cocciuto paternalismo clerico-conservatore, qualche passo
in avanti nel segno della riconciliazione nazionale e della
modernizzazione lo fece. Lontano le mille miglia dalla
politica Caudillo, Zapatero lo è anche da quella del
compagno Felipe Gonzales che, evitando gli sbandieramenti
ideologici e le rivalse, negli anni '80 seppe dare un
potente impulso alla Spagna post-franchista.
E il
nostro "bel tenebroso" socialista, non si mostra in
sintonia neppure con l'intelligenza politica e l'equilibrio
di Juan Carlos, sovrano dalle indubbie convinzioni
democratiche ma tutt'altro che disposto a svendere gli
archivi della memoria. Così cari anche a José Maria Aznar,
il leader liberal-conservatore, che ha guidato il suo Paese
dal 1996 al 2004 vero artefice della Nuova Spagna. La sua
biografia politica ("Otto anni di governo per cambiare la
Spagna", prefazione di Gianfranco Fini, Nuove Idee, pp.207,
euro 15), ce la illustra con dovizia di buoni argomenti.
Aznar come modello per liberali e moderati italiani?
Di sicuro Fini guarda a lui con interesse analogo a
quello tributato a Sarkozy e più che mai in un momento in
cui si vanno ridefinendo identità e progetti del
centro-destra in vista della campagna elettorale.
Scrive Fini: «Libertà, famiglia, istruzione occupano un
posto centrale nel pensiero "pragmatico" di Aznar. Sono
stati i cardini, i pilastri della sua politica di governo e
i punti qualificanti del programma del Ppe. In comune
trasmettono o dovrebbero trasmettere il sapere, la
tradizione, la cultura di un popolo; in comune formano e
dovrebbero formare i cittadini, la classe dirigente del
futuro».
Dunque, per fare un gioco di parole, i valori
hanno un valore. È su di essi che si costruisce. Il
pragmatismo è l'efficienza e la lungimiranza di chi,
poggiando su stabili radici, crede in una «democrazia della
qualità», che lotti «contro la mistica della tolleranza
asettica e del relativismo», chieda alla politica programmi
chiari, progetti forti, capacità di decidere, coraggio e
senso della responsabilità, promuova «l'autogoverno della
libertà» ovvero «l'autogestione della società, in relazione
a uno Stato ridefinito nel ruolo non di Leviatano pubblico,
o di mero vigile urbano che fa passare tutto e il contrario
di tutto (la democrazia agnostica) ma di arbitro».
Meno
Stato e più società?
Meglio ancora: uno Stato con un
volto, una storia, un insieme di funzioni e competenze che
favoriscano lo sviluppo delle comunità naturali, come la
famiglia, e facciano crescere la società «con apposite
politiche economiche, fiscali e di accesso al lavoro». Il
tutto nel segno della legalità, della libertà individuale,
dei diritti umani, della meritocrazia.
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23/02/2008