E da allora la sua
battaglia prosegue in tutto il pianeta. Da poco è stato
pubblicato in Italia il suo libro "Contro la pena di morte"
(edizioni Spirali, pagine 316, euro 25.00).
Monsieur
Badinter, qual è la strada migliore per eliminare dalla
Terra la pena di morte?
«Verrà un giorno in cui sulla
faccia della Terra non ci saranno più condannati a morte in
nome della giustizia. Quel giorno, io non lo vedrò. Ma ho
una convinzione assoluta: più in fretta di quanto pensino
gli scettici, i nostalgici o i fautori dei supplizi, la
pena di morte è destinata a scomparire dal mondo. A volte
sottovalutiamo il potere della vittoria morale. E proprio
perché il desiderio di uccidere è insito nell'essere umano,
l'abolizione sarebbe una vittoria sul peggiore degli
istinti umani. Per abolire la pena di morte occorre una
trasformazione radicale della storia e della vita
politico-culturale dello Stato. Come è successo in Italia
dopo il fascismo, in Spagna dopo Franco, o in Germania dopo
il '45».
Per questo obiettivo, quanto è importante la
forza della politica in uno Stato democratico?
«Se
tutte le dittature portano la pena di morte, tutte le
democrazie sono fondate sui diritti umani. Ma per eliminare
la pena di morte in uno Stato democratico è necessario
avere un forte polso politico. L'abolizione è una misura
impopolare e in genere l'opinione pubblica non è
favorevole. Ma quando viene abolita, non si torna più
indietro. Solo due stati, Gambia e Papuasia, l'hanno
ripristinata. La verità è che senza pena di morte il tasso
di criminalità non cambia. Uno stato democratico deve
rispettare nel proprio ordinamento giudiziario il primo dei
diritti umani: quello del rispetto della vita da parte
dello Stato stesso».
Gli Stati Uniti, che in molti casi
ancora adottano la pena di morte, sono allora una
dittatura?
«Gli Stati Uniti sono l'unica democrazia
occidentale che pratica la pena di morte: si tratta di 12
Stati concentrati nel Sud del Paese. Quelli dove non esiste
la pena di morte hanno una criminalità nettamente inferiore
a quella del Texas o della Florida, dove si compiono ancora
esecuzioni. Ci sono stati però diversi decreti della Corte
Suprema che hanno reso più difficile commutare questo tipo
di pena ai minorenni o ai malati di mente, per esempio.
Inoltre, ci sono state diverse moratorie da parte dei
governatori e nel braccio della morte sono presenti solo o
neri, latinos o soggetti emarginati. Sono tuttavia convinto
che uno dopo l'altro i diversi Stati della federazione
americana arriveranno ad abolire la pena di morte in
brevissimo tempo. Il New Jersey l'ha fatto poco tempo fa,
ed è il primo stato che lo fa dal 1975: questo fatto è
molto incoraggiante e ci fa sperare in un cammino
migliore».
Elimando la pena di morte, quali potrebbero
essere le pene alternative verso criminali efferati, come
ad esempio Himmler?
«Esiste già la prigione a vita,
l'ergastolo. E se alcuni grandi criminali non fossero stati
giustiziati, l'esempio della loro condanna a vita sarebbe
stato molto più significativo, sarebbe stata una vittoria
per la giustizia».
Oggi, la pena di morte è molto
legata alla religione?
«La mia più grande
preoccupazione è per gli stati islamici radicali e
fondamentalisti: praticano un alto numero di esecuzioni.
L'Iran è sicuramente lo stato che ne ha praticate di più e
in particolare contro le donne. Il problema è il grande
muro sociale dei paesi religiosi che vedono la pena di
morte come un comando divino. Ma la teologia occorre
lasciarla in mano ai teologi».
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02/02/2008