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«Così lotto contro la pena di morte»

Fabio Perugia
f.perugia@iltempo.it


«La pena di morte è il segno speciale e eterno della barbarie», scriveva Victor Hugo. Una frase che ha illuminato da sempre la vita di Robert Badinter, avvocato francese di famiglia israelita, uomo politico - nominato ministro della Giustizia in Francia negli anni '80 - che ha fatto abolire nel suo Paese la pena di morte nel 1981.

E da allora la sua battaglia prosegue in tutto il pianeta. Da poco è stato pubblicato in Italia il suo libro "Contro la pena di morte" (edizioni Spirali, pagine 316, euro 25.00).
Monsieur Badinter, qual è la strada migliore per eliminare dalla Terra la pena di morte?
«Verrà un giorno in cui sulla faccia della Terra non ci saranno più condannati a morte in nome della giustizia. Quel giorno, io non lo vedrò. Ma ho una convinzione assoluta: più in fretta di quanto pensino gli scettici, i nostalgici o i fautori dei supplizi, la pena di morte è destinata a scomparire dal mondo. A volte sottovalutiamo il potere della vittoria morale. E proprio perché il desiderio di uccidere è insito nell'essere umano, l'abolizione sarebbe una vittoria sul peggiore degli istinti umani. Per abolire la pena di morte occorre una trasformazione radicale della storia e della vita politico-culturale dello Stato. Come è successo in Italia dopo il fascismo, in Spagna dopo Franco, o in Germania dopo il '45».
Per questo obiettivo, quanto è importante la forza della politica in uno Stato democratico?
«Se tutte le dittature portano la pena di morte, tutte le democrazie sono fondate sui diritti umani. Ma per eliminare la pena di morte in uno Stato democratico è necessario avere un forte polso politico. L'abolizione è una misura impopolare e in genere l'opinione pubblica non è favorevole. Ma quando viene abolita, non si torna più indietro. Solo due stati, Gambia e Papuasia, l'hanno ripristinata. La verità è che senza pena di morte il tasso di criminalità non cambia. Uno stato democratico deve rispettare nel proprio ordinamento giudiziario il primo dei diritti umani: quello del rispetto della vita da parte dello Stato stesso».
Gli Stati Uniti, che in molti casi ancora adottano la pena di morte, sono allora una dittatura?
«Gli Stati Uniti sono l'unica democrazia occidentale che pratica la pena di morte: si tratta di 12 Stati concentrati nel Sud del Paese. Quelli dove non esiste la pena di morte hanno una criminalità nettamente inferiore a quella del Texas o della Florida, dove si compiono ancora esecuzioni. Ci sono stati però diversi decreti della Corte Suprema che hanno reso più difficile commutare questo tipo di pena ai minorenni o ai malati di mente, per esempio. Inoltre, ci sono state diverse moratorie da parte dei governatori e nel braccio della morte sono presenti solo o neri, latinos o soggetti emarginati. Sono tuttavia convinto che uno dopo l'altro i diversi Stati della federazione americana arriveranno ad abolire la pena di morte in brevissimo tempo. Il New Jersey l'ha fatto poco tempo fa, ed è il primo stato che lo fa dal 1975: questo fatto è molto incoraggiante e ci fa sperare in un cammino migliore».
Elimando la pena di morte, quali potrebbero essere le pene alternative verso criminali efferati, come ad esempio Himmler?
«Esiste già la prigione a vita, l'ergastolo. E se alcuni grandi criminali non fossero stati giustiziati, l'esempio della loro condanna a vita sarebbe stato molto più significativo, sarebbe stata una vittoria per la giustizia».
Oggi, la pena di morte è molto legata alla religione?
«La mia più grande preoccupazione è per gli stati islamici radicali e fondamentalisti: praticano un alto numero di esecuzioni. L'Iran è sicuramente lo stato che ne ha praticate di più e in particolare contro le donne. Il problema è il grande muro sociale dei paesi religiosi che vedono la pena di morte come un comando divino. Ma la teologia occorre lasciarla in mano ai teologi».

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02/02/2008










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