L'ottantatreenne Abdallah è un personaggio
interessante e molto discusso: chiamato - un po' troppo
pittorescamente - "il Principe Rosso", si è distinto come
il leader della corrente modernizzatrice a corte e nel
paese; dopo gli attentati dell'11 settembre del 2001 ha
reagito con rigore alle pressioni statunitensi che
tendevano a indicare, come responsabili di essi, ambienti
sauditi e addirittura vicini alla corona e si è reso
protagonista addirittura di passi quasi rivoluzionari, come
la proposta (sia pur subito "congelata") di convertire dal
dollaro all'euro il mercato petrolifero, il ristabilimento
nel 2001 di relazioni diplomatiche con Yemen e Iran e la
negazione nel 2003 dell'uso delle basi militari del suo
paese per l'attacco all'Iraq. Nel 2004, in conseguenza di
ciò, gli Stati Uniti hanno trasferito il loro Quartier
Generale militare d'area nel Qatar e hanno avviato il
ritiro delle loro truppe dal regno.
Intanto, l'allora
principe ereditario non ha esitato a proporre anche per la
questione israelo-palestinese soluzioni ispirate al
principio d'una iniziativa autonoma del mondo arabo
rispetto a Israele, che possa far a meno della "mediazione"
occidentale. Anche in politica interna, Abdullah non ha
esitato a rendersi protagonista di scelte innovatrici: tra
2004 e 2005 una serie di riforme istituzionali, da lui
volute, ha condotto alle prime consultazioni democratiche
dirette nella storia del regno nato formalmente nel 1932
sotto l'egida britannica, passato poi a una rigida alleanza
con gli Stati Uniti e da allora - e fino ad oggi - la più
sicura "spalla" di Washington nel Vicino Oriente arabo.
In verità, l'Arabia Saudita è sempre stata una pietra
dello scandalo. Era, insieme con alcuni emirati del golfo,
il paese arabo più chiuso alla democrazia e alla modernità:
e la sua dinastia regnante era anche la leader della setta
wahhabita, sostenitrice della stretta e rigoristica
applicazione della shari'a. E, finché è rimasto un sicuro
alleato degli americani e degli occidentali, questo dark
side reazionario e antimoderno - paradossale in un paese
che è grande produttore di petrolio e in una dinastia che
per altri versi è un gigante dell'economia e della finanza
internazionali - è sempre stato minimizzato dai nostri mass
media: era imbarazzarne parlarne, nel momento stesso nel
quale si diceva di lottare contro il fondamentalismo (che,
per la verità, è altra cosa rispetto al radicalismo
religioso). Il paradosso è che si comincia a denunziarne il
carattere "regressivo" proprio e solo adesso: nel momento
stesso nel quale il nuovo monarca da un lato dà segni di
volersi smarcare dall'alleanza con gli Stati Uniti, mentre
dall'altro si fa protagonista di misure innovatrici.
Di
che cosa parlerà, questo personaggio scomodo e per certi
versi imprevedibile, con il Papa? Senza dubbio, e forse
soprattutto, del problema israelo-palestinese e della
sicurezza dei Luoghi Santi cristiani. Ma forse anche della
situazione delicata e difficile dei fedeli del Cristo in
terra saudita, dove, in ossequio a un'interpretazione molto
ristretta (e tutt'altro che ineccepibile) della stessa
shari'a, il culto pubblico cristiano è vietato in qualunque
sua forma. Qualcuno ha pronunziato con cautela, al
riguardo, la parola "reciprocità". Ma le cose non sono
facili. La reciprocità s'innesca per sua natura solo tra
soggetti giuridici e istituzionali omogenei: il Papa, capo
della Cristianità cattolica, non può chiedere alcuna forma
di "reciprocità" al re dell'Arabia Saudita, che pur essendo
il custode dei Luoghi Santi musulmani non è affatto il capo
dell'Islam; nemmeno di quello sunnita, che anzi lo
considera con sospetto in quanto leader della scomoda
minoranza wahhabita. Si potrebbe accedere allora a un
accordo bilaterale, ed omogeneo, tra i due capi di stato,
quello della Città del Vaticano e quello dell'Arabia
Saudita? Sul piano giuridico-formale, senza dubbio: ma, su
quello morale e politico, appare impossibile che il
pontefice possa agire solo come un normale capo di stato,
per giunta sovrano di uno stato di soli ottocento abitanti
circa.
D'altro canto, Abdullah è un riformatore: e nel
mondo arabo e musulmano non mancano i modelli di realtà
statuali nelle quali, senza tradimento alcuno nei confronti
della shari'a - ma adottandone tuttavia una diversa e più
"aperta" interpretazione - la libertà d'espressione
religiosa per i cristiani è garantita. Così accade in
Giordania, in Siria, in Iraq (dove addirittura con Saddam
Hussein era maggiore), in Egitto, nei paesi del Maghreb.
Re Abdullah sa che un qualche sia pur cauto passo in
questa direzione gli alienerebbe gli ambienti estremisti e
marginali dell'Islam, ma gli conferirebbe, guadagnandogli
un forte appoggio da parte del Papa, uno straordinario
prestigio diplomatico e morale spendibile soprattutto in
Occidente. Insomma, ci si può aspettare qualche novità.
06/11/2007