KEN Loach, ad ogni suo film, ha aggiunto un dettaglio al complesso ritratto sociale (e politico) che è venuto tracciando, con severi accenti polemici, sia nel suo Paese, l'Inghilterra, sia su e giù per il mondo, là dove l'ingiustizia, l'oppressione, il sopruso dilagavano. Si pensi, anche solo cominciando a seguirlo dai Novanta, a quel «Riff-Raff - Meglio perderli che trovarli», sulle condizioni difficili di un gruppo di lavoratori in un cantiere edile. Via via seguito da «Piovono pietre», i disagi all'interno di una famiglia, da «Ladybird Ladybird», sulla cecità di certi servizi sociali inglesi, dal tremendo «Terra e libertà», su una pagina nera della guerra civile spagnola. Fino ad arrivare, in tempi più recenti, a «La canzone di Carla», in Nicaragua, a «My Name is Joe», sulla malavita e il gioco del calcio, a «Bread and Roses», sugli emigrati negli Stati Uniti, a «Paul, Mick e gli altri», sulle disastrose conseguenze, per un gruppo di operai, della privatizzazione delle ferrovie in Gran Bretagna. Un cinema non solo dalla parte degli oppressi, ma tenendoli sempre in primo piano, affrontando le loro vicissitudini esclusivamente dal loro punto di vista. Oggi, con «In questo mondo libero...», titolo polemico volutamente accentuato dai tre puntini di sospensione, ecco che Loach continua sì a difendere gli oppressi, ma lo fa analizzando con asprezza gli atteggiamenti e la mentalità di un oppressore che alla fine ha la meglio: in un mondo che, appunto, di «libero» ha ben poco. Un oppressore che è una donna, agli inizi licenziata da un'agenzia di collocamento inglese dove si reclutavano lavoratori provenienti dall'Europa dell'Est. Prima la crisi, poi la rivalsa. Non è fragile, è decisa, sicura, quel mestiere ormai l'ha imparato fin troppo bene, così si mette a praticarlo in proprio cominciando a speculare a Londra, con gelido cinismo, sulla tratta degli immigrati, meglio se clandestini perché pagati poco e tenuti più a freno. Una donna analizzata anche in certi suoi ripensamenti, ripresa da un padre onesto e, a un certo momento, da una socia cui ripugnano i suoi modi spietati, ma pronta a tirar dritto per la propria strada, incurante del male che fa. Un ritratto dal vivo che, come sempre in Loach, diventa appunto anche il ritratto della società senza remore che l'attornia. Con ritmi affannosi e tecniche decise. Un'opera maggiore.