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Spettacoli

«A un buon film non serve la musica»

di STEFANO MANNUCCI VIAGGIA di contraggenio, e il suo carattere intagliato nel legno non lo spinge a essere troppo cerimonioso.

Ma il Maestro Morricone lo smoking dovrà pur metterselo, una volta sceso dall'aereo che il 25 febbraio lo porterà a Los Angeles, dove riceverà l'Oscar alla carriera. Ringrazierà rapidamente i membri dell'Academy, certo, ma nella gola gli resterà quel discorsetto che da tempo medita loro di fare, e che ieri ha sintetizzato così: «Dal cinema non mi aspettavo più nulla, dopo cinque nomination andate a vuoto. Il mio lavoro musicale per "Mission" avrebbe meritato la statuetta, che invece andò ad Herbie Hancock per "Round Midnight". Quella fu una scelta scorretta, perché era la categoria delle colonne sonore originali, e invece in quel film venivano riadattati brani ampiamente noti. Ci restai molto male. Come quando alle mie composizioni per "Gli Intoccabili" furono preferite quelle di Sakamoto per "L'Ultimo imperatore", che alla fine rimediò nove Oscar. Ma in certi anni va così, si vota quasi per simpatia, seguendo la corrente, e alla fine quando sommi cinquemila voti dei membri dell'Academy il risultato è casuale». A 79 anni, e dopo più di 400 commenti musicali per film, Ennio Morricone non ha certo bisogno di esercitare l'arte della diplomazia. Anzi, ricorda più o meno serenamente che «dopo l'11 settembre avevo deciso di non andare più negli Stati Uniti, e ancora oggi ai registi americani pongo la condizione di venire loro da me, se vogliono la mia collaborazione. E sto diradando gli impegni, non voglio morire con la bacchetta in mano». Ha rinunciato anche a progetti che gli stavano a cuore: «Inizialmente avevo rifiutato anche "Mission", poi mi convinsero. E la stessa cosa stava accadendo con Oliver Stone per "U Turn". Mentre provai un grande dolore quando dissi no a Brian De Palma per il seguito di "Untouchables". Alla fine del missaggio di "Mission to Mars" lui venne a trovarmi poco prima che salissi sul volo per l'Italia: si portò l'interprete per dirmi che la mia musica aveva dato uno spessore inimmaginabile al suo film, al cosmo. Parlava di sacralità del suono. De Palma sembra un orso, ma è un uomo buonissimo: si mise a piangere, e contagiò anche il traduttore. Alla fine eravamo in tre a versare un fiume di lacrime. Ma io dovevo ripartire». Insomma, l'America è meglio sognarla da lontano. Una regola che ha infranto rare volte: l'ultima è stata un paio di settimane fa, quando a New York si è esibito dapprima all'Onu, per l'insediamento del nuovo segretario generale Ban Ki-Moon, con l'esecuzione della sua "Voci dal Silenzio", una partitura dedicata alle vittime delle Torri Gemelle («e di tutte le stragi», precisa), e che in ottobre riproporrà anche a Santa Cecilia; e poi al Radio City Music Hall, per un tutto esaurito da brivido, ma che lui liquida come nulla più che «un buon concerto». A Manhattan Morricone ha anche avuto modo di arrabbiarsi, quando il "New York Times" lo ha dipinto come il "Maestro degli Spaghetti Western". «Ho protestato: ma che modo è? western all'italiana, all'amatriciana...È un'offesa alla mia opera e alle pellicole di Sergio Leone». E a dirla tutta, l'artista romano è convinto che «se ben fatto, un film può anche fare a meno della colonna sonora, proponendo i suoni della realtà, le voci, come a teatro. Non dite mai a un regista: "che bella colonna sonora!", perché quello si incazza, lui ha lavorato di brutto sulle immagini e sulla storia. E se lui vorrà distruggere il contributo del compositore, lo affogherà nel missaggio. In realtà la musica non dovrebbe mai appartenere completamente al prodotto filmico, ha bisogno di chiarezza attorno a sé, non deve essere sovrastata dal fischio di un treno o da una carrozza. Si dovrebbe cercare "l'altrove" suggerito da una melodia, chiedersi da dove viene fuori, in quella scena, e perché». E se gli domandi su quali spartiti cinematografici abbia rischiato di più, ti risponde che è accaduto per «quei progetti che nascevano sperimentali, o che parevano destinate a non avere successo di pubblico. Sono molto legato a "Un tranquillo posto









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