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LA POLEMICA

Sclerosi multipla, metodo Zamboni bocciato da sei ospedali

Ccsvi e Sm: l'intervento non modifica il decorso della malattia e non è indicato. Ma non è detta l'ultima parola

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Un corridoio d'ospedale

 I risultati di uno studio pubblicato su "Jama Neurology" «hanno consentito di dare una risposta forse definitiva alla controversia sull’efficacia dell’angioplastica» nei pazienti con sclerosi multipla e insufficienza venosa cronica cerebrospinale (Ccsvi). Lo sottolinea l’ospedale Sant’Anna di Ferrara, sintetizzando i risultati della ricerca a cui ha partecipato insieme ad altri 5 centri italiani. «Gli autori - si legge nella nota - hanno osservato che nella popolazione di pazienti inclusi in questo studio l’intervento di angioplastica non ha avuto alcuna efficacia nel modificare il naturale decorso clinico della malattia, né l’accumulo di nuove lesioni cerebrali. E concludono che in pazienti con sclerosi multipla il trattamento con angioplastica venosa del collo non è indicato, neanche se portatori di Ccsvi». E questo anche se alcune risultanze supportano «l’idea che siano necessari ulteriori studi su modelli fisiopatologici della malattia per potere fare considerazioni più generali».

La tecnica chirurgica, comunque, non ha determinato effetti avversi di rilievo. Alcuni risultati sono stati presentati dal primo autore, Paolo Zamboni dell’Università di Ferrara, al Veith Symposium di New York. Lo studio Brave dreams, no profit, finanziato dalla Regione Emilia Romagna e promosso dall’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara, aveva proprio lo scopo di analizzare l’efficacia e la sicurezza di un intervento di angioplastica con pallone dilatatore (Pta) nelle principali vene extracraniche come terapia innovativa della sclerosi multipla. Il lavoro trae origine dall’ipotesi di Zamboni sulla Ccsvi, e nasce per verificare l’efficacia e la sicurezza dell’intervento di Pta, che negli anni passati ha sollevato una controversia scientifica dai toni talvolta anche aspri, secondo la quale nei pazienti affetti da sclerosi multipla e portatori di Ccsvi il miglioramento del flusso venoso di ritorno dal cervello ottenuto attraverso un intervento di angioplastica avrebbe potuto migliorare o anche solo rallentare, il decorso naturale della malattia. 

IL CASO

Per dirimere la controversia la Regione Emilia Romagna deliberò nel 2011 un finanziamento per uno studio multicentrico nazionale finalizzato a esplorare questa ipotesi. Uno studio, condotto in sei diversi centri italiani, che mirava proprio a studiare l’effetto dell’intervento con angioplastica in pazienti nei quali fosse prima stata diagnosticata con ecografia e confermata con esame radiologico con mezzo di contrasto (venografia), la presenza di Ccsvi. Sono stati messi a confronto i risultati ottenuti in un gruppo trattato con Pta e in un gruppo di controllo nel quale la dilatazione della vena del collo veniva solo simulata. Sia i pazienti che i ricercatori che hanno raccolto e analizzato i dati clinici strumentali e radiologici, non conoscevano quale trattamento fosse stato applicato (erano tutti "in cieco"). Sono stati inclusi 207 pazienti, meno rispetto alle attese, in quanto i centri italiani che hanno partecipato sono stati soltanto 6 rispetto ai 15 che avevano aderito inizialmente al progetto. Oltre Ferrara e Bologna (Polo delle Neuroscienze), hanno aderito allo studio Brave Dreams: l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Novara, l’Istituto Neurologico Besta di Milano, l’Ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna, l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Ancona e l’Asur Marche e il Policlinico Vittorio Emanuele di Catania.

Gli obiettivi principali dello studio riguardavano l’efficacia dell’intervento di angioplastica delle vene del collo su due importanti esiti: la disabilità misurata clinicamente e l’accumulo di nuove lesioni cerebrali misurato con risonanza magnetica dell’encefalo. «Lo studio ha dimostrato che l’intervento di angioplastica venosa non ha alcun effetto sulla disabilità rispetto ad un intervento simulato», riferisce il S.Anna. Il secondo esito analizzato nello studio è stato l’accumulo di nuove lesioni cerebrali misurato con esami di risonanza magnetica eseguiti dopo 6 e 12 mesi dall’intervento di angioplastica, preceduto da un esame basale. Le immagini di risonanza magnetica sono state tutte valutate presso l’Università di Firenze in un unico centro, dove gli esami sono stati letti in cieco, cioè senza conoscere il trattamento al quale era stato sottoposto il paziente. Ebbene, «non sono state osservate differenze fra i due gruppi a confronto nell’accumulo di nuove lesioni combinate visualizzate alla risonanza magnetica a distanza di 12 mesi dal trattamento. Per quanto riguarda la sicurezza dell’intervento di angioplastica, questo non ha determinato effetti avversi di rilievo».

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