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Criminalità

Camorra-Cina, traffico di merce falsa

Il Tribunale di Frosinone mette i sigilli ai beni del clan Terenzio. Operazione della Dia Coi soldi sporchi acquisite proprietà nella Capitale e in Ciociaria. Valore, 150 milioni.

Agenti della Polizia municipale durante un blitz contro la vendita di merce contraffatta Merce contraffatta in arrivo dalla Cina al porto di Napoli. Lo scalo tecnico a Cassino, in capannoni e magazzini, poi la vendita degli articoli, d'abbigliamento o hi-fi, nelle piazze della Capitale, all'Esquilino, ma anche in altre città, come Milano e oltrefrontiera, come Bruxelles e Parigi. Erano questi i passaggi di un business degno di "Gomorra", messo in piedi da Luigi Terenzio, 58 anni, e dal figlio Vincenzo, 36 anni, per cui ieri il Tribunale di Frosinone, ha disposto il sequestro di beni e proprietà per oltre 150 milioni di euro. Nel decreto eseguito dagli uomini della Direzione investigativa antimafia si fa riferimento anche al coinvolgimento di altre 6 persone, ma secondo gli investigatori, queste non avevano un ruolo diretto negli affari, erano "terzi interessati", semplici teste di legno a stipendio della malavita.

 Secondo le valutazioni degli inquirenti, i proventi frutto del contrabbando e delle contraffazioni, «hanno ormai raggiunto se non superato quelle degli stupefacenti». Spiega il colonnello Paolo La Forgia, responsabile del centro operativo della Dia di Roma: «I Terenzio, secondo quanto affermato da più di un collaboratore di giustizia, avevano anche rapporti con Enrico Nicoletti, coinvolto in diversi processi sulla banda della Magliana, riguardo il traffico di automobili provenienti da paesi europei».

All'attenzione del pm Giovanni Bombardieri, responsabile del fascicolo per la Dda, c'è poi anche il fatto emergente dalle "singolari" dichiarazioni dei redditi di Terenzio padre e figlio. «I due signori - riferiscono gli investigatori - denunciavano al massimo 20/30 mila euro di guadagni l'anno». Il Tribunale di Frosinone, per i Terenzio, ha anche disposto l'obbligo di dimora per due anni a Cassino. Nell'inchiesta «Grande Muraglia» era stata coinvolta anche una loro parente, che aveva un incarico pubblico al Comune. Dopo le dimissioni sarebbe tornata al suo posto.

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Marco Cardia

04/09/2009

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