Ultime notizie Roma
POLITICA INTERNI-ESTERI ECONOMIA SPORT SPETTACOLI PIZZI..cati channel VIAGGI HI TECH SHOPPING MULTIMEDIA SONDAGGI LAVORO
Roma Latina Frosinone Lazio Nord Abruzzo Molise ABBONAMENTI CASE FINANZA

Il viaggioTra i vicoli di Trastevere i barbieri e le trattorie di fiducia

Le due Roma di Federico «provinciale» e visionario

Maurizio Gallo
m.gallo@iltempo.it
La Roma immaginaria, onirica, metafisica. Quella raccontata nei suoi film. E la Roma vissuta, dove il «maestro» passava le giornate, quella delle case abitate nel corso degli anni, dei ristoranti e delle trattorie dove ha mangiato, degli studi cinematografici, del barbiere di fiducia (in via Piemonte).

Due città sovrapposte l'una all'altra nel cuore ma ben distinte nell'opera del regista riminese. Federico Fellini, in fondo, era un «provinciale». E quando la cittadina romagnola, oggi parco di divertimenti per adulti, era ancora un paesotto, la capitale rappresentava già «un unicum, un mito» nel panorama dell'«Italietta» pre-industriale e ancora chiusa alla modernità.
A dipingere il rapporto fra la città dei sette colli e il regista di «Roma» (1972) è Flaminio Di Biagi (autore nel 2003 di «Il cinema a Roma: guida ai luoghi del cinema nella capitale» e ora di nuovo in libreria con «La Roma di Fellini», ed. Mani), che sottolinea il «binomio inscindibile» tra la Città Eterna e l'artista: «Roma fa parte del suo immaginario in maniera preponderante - scrive Di Biagi - Fellini non esisterebbe senza Roma, così come Roma non può più prescindere o dissociarsi dalle immagini che su di lei sono state imbastite da Fellini». Ci sono, come dicevamo, le pensioncine e poi le case utilizzate dal regista (che si trasferisce nella capitale nel '39) e dalla moglie Giulietta Masina. La camera d'affitto in via Albalonga 13 (piazza Re di Roma) dove approda appena arrivato, gli appartamenti dell'amico e mentore Aldo Fabrizi, che l'ospitò prima in via Sannio 37 e poi in via Germanico, la pensione Esperia di via Nazionale, l'attico di via Archimede 114/A, nel lussuoso quartiere dei Parioli, frequentato da molti cineasti malgrado la notevole distanza da Cinecittà, la casa di via Lutezia 11, sempre ai Parioli, dove Federico e Giulietta si sposarono nell'ottobre del '43, il negozio di via Nazionale nel quale il giovane Fellini vendeva caricature durante l'estate del '44, il palazzetto antico di via Margutta 110, l'ultimo della coppia. Nella strada dei pittori, sopra il portone, alla minuscola targa di marmo «qui vissero Roma Giulietta Masina e Federico Fellini» è stata aggiunta nel 2006 una lapide con le caricature dei due e qualche verso in romanesco. Infine il «più romano e importante degli ospedali capitolini», il Policlinico Umberto I, dove l'artista si spense il 31 ottobre 1993.
Fellini ha girato i suoi film in quasi tutti gli stabilimenti cinematografici della capitale, dalla De Paolis sulla Tiburtina, a Dinocittà sulla Pontina. Ma é nel «Teatro 5» di Cinecittà, «quello costruito dal fascismo su precise indicazioni del regista Alessandro Blasetti - scrive Di Biagi - che l'artista rimino-romano ha edificato le sue fantasie visionarie più ardite: dalla stessa via Veneto della Dolce vita, fino alla laguna e ai canali di Venezia e alle rappresentazioni operistiche nel teatro di Dresda di Casanova». Un rapporto, quello con gli stabilimenti del Tuscolano, che va oltre il lavoro: «A Cinecittà io non ci abito ma ci vivo - racconterà - Le mie esperienze, i miei viaggi, le amicizie, i rapporti incominciano e finiscono nei teatri di posa di Cinecittà». Qui sarà esposta la sua bara, meta di un pellegrinaggio muto e interminabile di quiriti e non. Anche l'urbe vera e propria, o la sua immagine virtuale, è immortalata dall'artista in numerosi film. Fontana di Trevi, il Vaticano, piazza di Spagna, Trastevere, piazza del Popolo e, soprattutto, via Veneto sono i luoghi-simbolo dell'epopea felliniana. Spesso celebrati (e ricostruiti in studio) eppure poco frequentati. La «strada della Dolce vita», ad esempio, ribattezzata nella parte alta «largo Fellini», il «maestro» l'ha resa famosa ma ci andava di rado. «La maggior parte della topografia felliniana di Roma - sottolinea infatti l'autore - è più una topografia dell'anima che dei piedi».
Anche il rapporto di questo romano adottivo, che però aveva una nonna materna romana da sette generazioni, con i suoi concittadini acquisiti era duplice. Da un lato, il «provinciale» Federico li considerava ignoranti, indolenti, mammoni, rinunciatari, sonnolenti. E ancora: caciaroni, volgari, menefreghisti, bugiardi. Gli parevano ossessionati dal corpo e dal cibo e, prendendo in prestito un'espressione coniata da Ennio Flaiano, li definiva «gastrosessuali». Tuttavia «Fellini è troppo curioso del mondo per non trovare il romano vero, in ultima analisi, divertente e simpatico - spiega Di Biagi - Uno spirito arguto e sveglio, dalla battuta pronta e disarmante, per molti versi estroverso, solare, imprevedibile, a suo modo generoso, disponibile e amichevole». Non solo. A compensare i difetti di questo popolo (ormai pressoché estinto, perché i «romani veri» si contano sulla punta delle dita) c'è il fatto che la battuta di cui sopra è spesso cattiva ma mai acida, e la capacità di sdrammatizzare rappresenta per Roma un «prezioso patrimonio storico, una vera dote intellettuale, la chiave di volta della libertà». Roma è l'unica città italiana che non giudica - sosteneva il regista - che accoglie generosamente concedendo a tutti la «qualifica» di civis ma poi «lascia andare via senza legami incestuosi, senza rimpianti». E, dote non da poco di questi tempi, la capitale «concede il vantaggio di restituire alle cose e alla vita il senso delle proporzioni». In molte interviste, Fellini ricorderà «l'esorcistico anatema» indirizzato a volte anche a lui (che pure era amato e stimato) dalle maestranze cinematografiche romane: «A coso, ma cchi sei? Nun sei nessuno!».

Vai alla homepage

26/08/2008










Se il codice risultasse illeggibile CLICCA QUI per generarne un altro