Prognosi infausta. Le avevano trapiantato il
midollo, c'era stata una ricaduta. La sua famiglia s'è
messa nelle mani dell'ospedale romano. Una terapia mirata,
uscita da uno studio pilota del reparto di oncologia
diretto dal professor Alberto Donfrancesco, ha scardinato
la malattia. E ha aperto la strada alla guarigione di altri
ragazzini.
Marco mangia lo yogurt e saltella. Ha dieci
anni, ha un cuore nuovo dal 2003. Papà e mamma adesso
riescono a dormire tranquilli. Sono passati cinque anni dal
trapianto e non c'è più pericolo di rigetto. Grazie alla
fotoferesi, una terapia messa a punto sui bambini proprio
nell'ospedale del Gianicolo.
Vittorie nella ricerca,
fiori all'occhiello nella cittadella capitolina di medicina
e chirurgia pediatrica. Che si trasforma di anno in anno,
aggiunge padiglioni nuovi agli antichi, scava sotterranei
nei quali ricercatori italiani e stranieri s'incaponiscono
fino a quando non trovano la strada giusta.
A Oncologia
arriva l'ottanta per cento dei bambini malati nel Lazio. «I
tumori infantili sono in leggero aumento e non sappiano per
quali motivi - quantifica Donfrancesco, romano, primario al
Bambino Gesù da 20 anni - Oggi in Italia si registrano
annualmente 140-150 nuovi casi per milione di soggetti tra
zero e quindici anni. E però ci rinfrancano i progressi.
Nel '68, quando mi sono laureato a La Sapienza, i bambini
affetti da cancro non avevano speranza, oggi guariscono
mediamente nel 70 per cento dei casi, sia che abbiano
tumori solidi che leucemie. Si vince la malattia perché i
protocolli terapeutici agiscono su più fronti - chirurgia,
radioterapia, chemioterapia - e con adeguata tempistica. Ma
si soffre anche di meno, grazie alle cure di supporto:
antifettive, trasfusionali, infusionali, contro il dolore.
E se si bombarda il cancro con la super-chemio (10-15 volte
più forte dello standard) che ha effetti irreversibili sul
midollo, si ha oggi a disposizione un "antidoto" costituito
dalla reinfusione - dopo 48-72 ore - di cellule staminali
autologhe che vanno a ripopolare il midollo stesso».
Ma nel caso del neuroblastoma metastatico il 70 per
cento dei piccoli pazienti non guarisce dopo queste cure.
«Sono tumori solidi a piccole cellule rotonde, altamente
aggressivi, con tendenza a dare metastasi», spiega
Donfrancesco. E allora? E allora, ecco l'innovazione,
l'arma nuova da sfoderare dopo che le «mazzate
terapeutiche», come le chiama il professore, non hanno
avuto completo successo. «Dobbiamo agire sul residuo
microscopico della malattia, puntando su specifici
obiettivi. Ovvero antigeni o recettori individuati sulla
superficie delle cellule tumorali. Una volta trovato il
bersaglio, possiamo usare una terapia mirata, un farmaco
molecolare che, associato alla chemio, diventa risolutivo.
E in questo caso la chemioterapia non è più somministrata a
dosi massicce in pochi giorni, ma a dosi basse e
prolungate, tali da riuscire a tenere sotto controllo la
patologia».
Così ha vinto Antonella: contro il suo
recettore EGFR è stato catapultato il Gefitinib, agente
biologico. Poi la chemio. Una «tripletta» efficace al punto
che il suo caso esemplare è stato pubblicato - a sancire
l'importanza della scoperta - sul Journal of Pediatric
Hematology Oncology. «Una storia finita bene perché la
famiglia si è fidata di noi, non s'è lanciata nel viaggio
della speranza - sottolinea Donfrancesco - Del resto,
restiamo collegati con gli specialisti di tutto il mondo,
siamo noi i primi a indicare dove si effettuano le cure più
efficaci».
E Marco? Com'è la storia della nuova terapia
che ha allontanato per lui lo spettro del rigetto? La
racconta il professor Gian Franco Bottazzo, veneziano,
immunologo, da dieci anni direttore scientifico del Bambino
Gesù. La parola-chiave è fotoferesi, «una macchina - dice
Bottazzo - dove il sangue del paziente passa attraverso
raggi ultravioletti per poi venire reiniettato». «Nel 1998
- spiega - una ricerca Usa l'aveva usata sugli adulti come
preventiva al rigetto acuto di un cuore nuovo. Decidemmo di
provarla per il trattamento del rigetto cronico, quello che
avviene dopo qualche tempo dal trapianto. La squadra di
ricercatori diretta da Rita Carsetti capì che le cellule
passate agli ultravioletti vanno in apoptosi, un inizio di
morte. Ma accertò che anche durante il giorno finiscono
spontaneamente in apoptosi milioni di cellule. Entrano a
questo punto in scena le cellule dendritiche, ovvero
"spazzine": inglobano i batteri ma anche le cellule in
apoptosi. È concentrando la ricerca sulle "spazzine" che
sono state scoperte le "T regolatorie", o Treg, sottospecie
di linfociti che hanno bassa frequenza negli individui in
situazione normale e la funzione di mantenere la
tolleranza, ovvero la non-reattività, contro i costituenti
normali dell'organismo».
A questo punto la svolta. «La
dottoressa Carsetti - racconta il professore - ha avuto
l'intuizione di misurare i livelli delle Treg dopo che
erano state reiniettate le cellule trattate con fotoferesi.
Trovandoli notevolmente aumentati. Tali da tenere a bada i
linfociti che riconoscono un organo trapiantato come
estraneo e quindi producono reazione da rigetto. La
fotoferesi può dunque sostituirsi ai farmaci
immunosoppressori, efficaci ma disastrosi quanto ad effetti
collaterali: indebolendo la funzione del sistema
immunitario, impediscono al fisico di reagire sì contro
l'organo trapiantato, ma anche contro le infezioni.
Insomma, abbassano perniciosamente le difese
dell'individuo».
Anche in questo caso l'importanza
della scoperta italiana è stata «ratificata» nella rivista
«Transplantation». Ed apre nuovi scenari pure per chi è
affetto da patologie autoimmuni e per gli allergici. «È
ormai assodato l'effetto contro il rigetto cronico dei
trapiantati di cuore e polmoni - chiarisce Bottazzo - Da
tre anni usiamo la fotoferesi come profilassi su chi deve
avere un rene nuovo. Ce ne vogliono cinque per definire i
risultati, ma pensiamo di essere sulla buona strada».
L'ultima notazione è sulle donazioni. «Per noi sono
fondamentali. Da Il Tempo ci è venuto un aiuto. Siamo
grati, soprattutto perché non è stato indirizzato
genericamente all'ospedale, ma al settore della ricerca,
nel caso specifico quella della dottoressa Rossella Rota. I
risultati ottenuti, in oncologia e in trapiantologia,
indicano quali traguardi si possono tagliare».
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01/05/2008