Ieri sera, alla Galleria di Stefania Miscetti, la presentazione del libro della Palombi con la critica d'arte Ida Panicelli, la gallerista Claudia Gian Ferrari, l'artista Floriana Viola, l'editore di Charta Giuseppe Liverani. I racconti del suo libro sono il diario di un suo «viaggio lento»? «Sì. All'inizio il viaggio è fisico e parte dalla Svizzera, in treno. Poi, diventa un viaggio interiore che attraversa la Sicilia e, in senso traslato, il Mediterraneo. Dal finestrino del treno, la protagonista osserva con la fantasia un quadro senza fine, un film che non giunge mai a conclusione. A ogni stazione si ripetono gli archetipi di un paese sbalestrato, inadeguato, gente che si accalca con troppi bagagli, che sgomita, strilla, mangia. Per fortuna, poi, c'è il mare a guarire le abrasioni dell'esistenza, il mare che aiuta a comprendersi e a riconoscersi. Diciamo che la protagonista è stufa dei rapporti umani e trova nel mare energie e significati profondi». Dove ha scoperto il mare che le dà sicurezza? «A Cefalù, dove ero andata per riprendermi dalle fatiche e dagli stress del lavoro e della routine quotidiana: il bagno dell'ultimo giorno fu una tragedia. Mi ritrovai in lacrime, infelice per dover abbandonare quella situazione di benessere totale. Uscire dall'acqua, per me, fu un trauma». E dove ha scorto quel doppio celeste del «mare nel cielo» fusi all'orizzonte? «A Pantelleria: guardando dall'alto, verso l'Africa, si vede un azzurro indistinto, non si riconosce più il cielo dal mare: in quella magica fusione potrebbe nascondersi un universo intero». Il suo delirio amoroso verso il mare la spinge a indicarlo come «il suo strano compagno» «Sento il mare come il mio amante. Vorrei che diventasse mio marito, ma lui sfugge».
23/06/2005