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Caso scontrini, condannato l'ex sindaco di Roma Ignazio Marino

Caso scontrini,  condannato l'ex sindaco di Roma Ignazio Marino

L'ex sindaco di Roma Ignazio Marino

Ignazio Marino fu responsabile delle condotte contestate dalla procura di Roma. La Corte ha condannato in secondo grado a due anni di reclusione l'ex sindaco di Roma per peculato e falso nella vicenda delle cene. Pur eccettuando alcune delle contestazioni riguardanti quattro cene, il giudice ha riconosciuto il vincolo di continuità. Confermata invece l’assoluzione per la truffa contestata nella vicenda della Onlus. Questa la decisione della Corte d’Appello capitolina sulla vicenda.

Di sabato e festivi, quasi sempre sotto casa sua, con ospiti non menzionati, giustificate da motivi istituzionali poco convincenti. Sono queste le caratteristiche che ricorrono nell'elenco delle 54 cene pagate da Ignazio Marino con la carta di credito del Comune di Roma, per cui lo scorso 5 dicembre il procuratore generale della Corte d'appello di Roma aveva chiesto la sua condanna a 2 anni e mezzo di reclusione con l'accusa di peculato e falso. Seduti al tavolo con l'ex sindaco a mangiare spaghetti all'aragosta e bere Champagne, dai riscontri della Guardia di Finanza, c'erano amici e parenti. Un'inchiesta che aveva portato il chirurgo dem a dimettersi dal suo incarico a ottobre 2015, cinque mesi prima di vedersi notificata la richiesta di rinvio a giudizio.

Sarebbero solo sei le cene consumate nella Capitale per reali motivi istituzionali. Per il resto l’ex primo cittadino, durante il suo mandato, avrebbe fatto pagare ai cittadini i suoi convivi privati. Fantomatici incontri per «promuovere Roma», costati in totale circa 12 mila 500 euro. Marino, «quale sindaco di Roma Capitale, si appropriava ripetutamente della dotazione finanziaria dell’ente allorché utilizzava la carta di credito n. 4594222316276827, a lui concessa in dotazione dall’Amministrazione». In particolare, tra luglio 2013 e giugno 2015 avrebbe usato la carta per «acquistare servizi di ristorazione nell’interesse suo, dei suoi congiunti e di altre persone non identificate».

Nel dettaglio, «saldava per 56 volte (ieri il pg ne ha escluse due, ndr) il conto di cene consumate presso ristoranti della Capitale; tra cui la «Taverna degli Amici», «Archimede Sant’Eustachio», «Sapore di Mare» e «Al vero Girarrosto Toscano», situati nelle immediate adiacenze della sua abitazione (i primi tre) o di quella della madre (il quarto), e anche di altre città (Genova, Milano, Firenze, Torino) ove si era recato, generalmente nei giorni festivi e prefestivi, con commensali di sua elezione, comunque al di fuori della funzione di rappresentanza dell’ente». Poi, «al fine di occultare il reato di peculato, impartiva disposizioni al personale addetto alla sua segreteria affinché formasse le dichiarazioni giustificative delle spese sostenute, inserendovi indicazioni non veridiche, tese ad accreditare la presunta natura "istituzionale" dell’evento, e apponendo in calce alle stesse la di lui firma». Da qui la contestazione di falso.

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