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LA DROGA ARRIVAVA CON I FAMILIARI

Spacciavano nel carcere di Rebibbia, sei in manette a Roma

Spacciavano nel carcere di Rebibbia, sei in manette a Roma

Rebibbia

Avevano trasformato il carcere di Rebibbia in una comune piazza di spaccio. Per far entrare lo stupefacente tra le mura del penitenziario romano, si servivano della collaborazione delle mogli, delle compagne e delle sorelle, con cui comunicavano attraverso diverse utenze telefoniche. Le donne, dopo aver preso le "ordinazioni", nascondevano la cocaina, l'hashish o le pillole di droghe sintetiche in bocca o negli slip, per poi passarla ai detenuti durante i colloqui familiari, ai quali si presentavano sempre in compagnia dei propri figli minori, per destare meno sospetti.

Nel corso della notte, i carabinieri del Comando provinciale di Roma hanno eseguito, su richiesta del procuratore aggiunto Michele Prestipino e del sostituto procuratore Giovanni Musarò, un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di sei persone, accusate, a vario titolo, di concorso in detenzione e cessione di sostanza stupefacente continuati e aggravati poiché commessi in una casa di reclusione. Per Angelo Campione e Vincenzo Di Mauro, entrambi originari di Catania, il gip Nicola Di Grazia ha inflitto la custodia in carcere, mentre Alessia Marotta, Fabiola Vecchio, Mariangela Fragalà e Marco Freré, che avrebbero aiutato i due detenuti a introdurre la droga in carcere, sono finiti agli arresti domiciliari.

L'attività d'indagine, coordinata dalla Dda di Roma e condotta dai militari del Nucleo investigativo di via In Selci, è stata avviata a novembre 2016, dopo gli arresti di altri sei soggetti eseguiti nella Capitale e a Catania per una serie di estorsioni e rapine aggravate dal metodo mafioso, ai danni di un imprenditore di origini libanesi che operava nel settore dell'autonoleggio e della ristorazione. In particolare, il nuovo filone d'inchiesta è stato avviato sulla base delle intercettazioni riguardanti i parenti di uno degli arrestati per estorsione, Salvatore Fragalà.

Una volta introdotta a Rebibbia, la droga veniva smerciata al dettaglio ad altri reclusi con prezzi maggiorati rispetto a quelli praticati fuori dal carcere, fruttando così svariate migliaia di euro ai detenuti "pusher". In un'intercettazione telefonica Di Mauro si lamentava con la moglie del costo troppo alto preteso da chi spacciava hashish: "Lo vendono l'agenti, sono io che non me lo compro.. io se voglio me la posso andare a prendere pure adesso... e io non lo faccio perché risparmio".

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