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DELITTI E INGIUSTIZIE

I ricatti e le foto segrete del caso Varani

Indagini chiuse. Nei cellulari dei protagonisti le ultime ore di vita del 23enne ucciso a Roma sulla Collatina. Ecco i nuovi interrogatori e le intercettazioni dietro l'omicidio

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Luca Varani

A otto mesi dall’omicidio di Luca Varani i fatti prendono una nuova forma, i personaggi si arricchiscono di particolari. E legami che in un primo momento sembravano inesistenti tra i protagonisti di un omicidio tra i più macabri della Roma criminale improvvisamente si scoprono datati, in alcuni casi “intimi”. Da una parte Luca Varani, che sul cellulare di Marco Prato era memorizzato come “Mogliettina+Mascottino” tra due cuori. Dall’altra i due assassini. Manuel Foffo, il 29enne proprietario dell’appartamento in via Igino Giordani, e Marco Prato il pr con la passione per la cantante Dalida. Foffo continua a dirsi «manipolato e ricattato», mentre il complice tace.

IN CERCA DI SOLDI
Luca Varani viene descritto dalle persone ascoltate come «in cerca di soldi, con l’attitudine a socializzare anche con secondi fini». In particolare, il 14 aprile 2016 - un mese e dieci giorni dopo l’omicidio - G. L., uno dei migliori amici del 23enne barbaramente ucciso, riferisce agli inquirenti che Luca era «dedito alla prostituzione, perché aveva bisogno di soldi». Nella relazione stilata dalla criminologa Flaminia Bolzan si parla della scarsa disponibilità di denaro del ragazzo. «Guadagnava 180 euro a settimana (dal lavoro in carrozzeria), spesso quando usciva con la fidanzata era lei a pagare e lui aveva il "vizio" di giocare alle slot. Avrebbe inoltre - si legge nel documento - rateizzato debiti con Equitalia per multe e bolli non pagati; frequentemente chiedeva al suo datore di lavoro piccole somme a sconto sulla paga della settimana. (...) Luca di tanto in tanto "scroccava" pasti o altre cose di poco valore, «viveva alla giornata», secondo la fidanzata, e qualche volta sarebbe andato in compagnia di amici a "fare le catenine"». «Stava cercando di migliorarsi attraverso il conseguimento del diploma e certamente era un ragazzo volenteroso - va avanti la dottoressa - ma era ancora proiettato in uno stile di vita malsano». «Per soldi Luca ci sarebbe andato», dichiarò G. D. poco dopo i fatti.

«ERA ARROGANTE»
Luca conosceva Marco Prato e non solo. A dirlo è l’amico del 23enne ucciso, G. L., che agli inquirenti dichiara di aver partecipato a due incontri tra Varani e Marco Prato, il primo in casa di G.D. a Piazza Euclide e il secondo, il 24 ottobre 2015, nell’appartamento del pr in via Giacomo Boni. Ma è anche G. D., il 30enne che frequentò l’appartamento di Manuel Foffo due giorni prima del festino fatale e al quale venne rubato il bancomat da Marco Prato per acquistare la cocaina, a confermarlo il 6 marzo 2016 ai carabinieri di Milano. «Il 20 ottobre 2015 Marco le scrive chiedendole se ha rivisto "Luca". Si tratta di Varani?» - gli chiedono i militari - «Assolutamente sì - risponde G.D. - ma non ricordo bene quando ho presentato Luca Varani a Marco Prato. So che Luca non sopportava Marco perché lo trovava arrogante». Né G.D. né la stessa vittima conoscevano, invece, Manuel Foffo. Il proprietario dell’appartamento aveva conosciuto Marco Prato e si era lasciato riprendere la notte di Capodanno 2016 mentre gli praticava sesso orale. Sarebbe stato proprio il video, e l’intenzione di cancellarlo, a convincere il giovane studente universitario a non rompere i rapporti con il pr. G., invece, ai carabinieri racconta di aver conosciuto Manuel i giorni di quel maledetto festino e di averlo sempre chiamato “Matteo”, perché così gli era stato presentato da Prato.

LA CHAT E LA MORTE
Nei messaggi scambiati tra i due giovani tramite Whatsapp, la trappola tesa da Marco Prato al ragazzo. Il pr, che sul telefono di Varani non è memorizzato in alcun modo, scrive a “Mogliettina+Mascottino” (come invece lo ha salvato il pr n.d.r.) il 4 marzo 2016 alle ore 6,50: «Poi prendi un autobus che ne so. O un taxi. Dai ti aspettiamo. Chiama quando stai per arrivare». Luca è in viaggio direzione Tiburtina. Al pr risponde: «Tranquillo, ma per le 12 devo anda via». «Ok sbrigati», lo incalza Prato. Quella mattina, sullo stesso vagone, c’è R.O., un ragazzo con il quale Varani scambia qualche parola, raccontandogli di raggiungere l’abitazione di Marco Prato «perché doveva incontrarsi con una persona che gli doveva dare 1000 euro per una macchina». «Dove sei?» gli chiede il pr alle 7,37. «A Tiburtina», risponde Luca. Mi raccomando, non dire nulla a Giacomo altrimenti non posso pagarti oggi! Se mantieni il segreto te li do oggi stesso». «Ma quando me li dai, quando arrivo?» insiste Varani. «Luca ti sembro uno che ti vuole fregare??» gli scrive Prato. «No no, ma almeno me li metto in tasca e poi se divertimo. Me tocca arriva a Ponte Mammolo e prende l’auto. Te pare che se non me fidavo venivo», risponde Luca. Totalmente ignaro di ciò che gli sarebbe poi accaduto. «Apri» chatta Luca alle 8,19. Sarà il suo ultimo messaggio prima dell’omicidio.

IL RICATTO A DE SICA
Il pr romano, con lo smalto alle unghie e il ciuffo di capelli finti (come viene descritto dalla dottoressa che lo visita all’ospedale Sandro Pertini n.d.r.), aveva nel cellulare sequestrato tre video pornografici, tra i quali anche quello fatto con Manuel Foffo il primo gennaio 2016. Secondo le diverse testimonianze raccolte dagli inquirenti, il pr se ne serviva per ricattare le vittime e chiedergli ulteriori «favori sessuali». G. L. in particolare, riporta frasi di Prato tutte da verificare e che potrebbero rasentare la millanteria: «Uno dei modi che Marco Prato voleva usare per convincerci (a lui e a un certo Simone n.d.r.) a farsi fare un (...) è stato mostrarci delle foto con delle conversazioni avvenute tramite facebook con Christian De Sica. In particolare ci ha proposto che se avessimo accettato le sue avances ci avrebbe dato tutto, dicendoci che avremmo potuto fare ciò che volevamo, facendoci intendere che potevamo usarle per ricattarlo. In una si vedeva De Sica che stava al bar con la camicia rosa, in un’altra a mezzo busto con una maglietta nera» e via discorrendo. Tutto accertato poi dal Ris attraverso l’analisi dei dispositivi in uso a Marco Prato e dai quali risulterebbe effettivamente non solo uno scambio di messaggi con l’attore romano al pr. Materiale non utile all’inchiesta ma comunque lasciato nei fascicoli. 

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