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26/03/2016 06:09

EURISIS

"Così imparate a uccidere i nostri fratelli"

Viaggio nel quartiere Tor Pignattara la Molembeek d’Italia dove gli stranieri siamo noi L'INTERVISTA In Italia 100mila convertiti

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È un venerdì diverso. Nel giorno in cui i musulmani si recano alla grande moschea per le preghiere pubbliche e per il momento di condivisione dopo il sermone di mezzogiorno dell’Imam, pesano, sui tanti islamici giunti da tutto il Lazio, gli sguardi dei residenti di Roma Nord.

 

Sugli schermi dei televisori, nelle radio accese nei locali e nelle auto, continua incessante la conta delle vittime delle stragi di Bruxelles. L’idea che il terrore possa colpire la quotidianità ovunque e senza preavviso, non fa che aumentare la cultura del sospetto. Tra le tende del mercato allestito nei pressi della moschea gli italiani si contano sulle dita di una mano. Tira un’aria diversa oggi, lo sanno bene gli ambulanti. Si vendono cibo, alimenti, libri, vestiti, oggetti usati. L’ambiente è festoso e i saluti sembrano familiari. «Non mi interessa parlare di quello che è successo perché io non frequento la moschea, non vengo a pregare. Mi trovi qui ogni venerdì perché mi piace salutare gli amici, mangiare il cibo del mio paese, non vedo perché devo ascoltare quel signore là (l’imam, ndr). Tu sei cattolica e scommetto che non vai in Chiesa tutte le domeniche, o sì?», risponde secco Samir quando gli si chiede cosa ne pensa di quello che sta succedendo a Bruxelles in queste ore. «Non è un giorno buono. Gli altri venerdì c’erano tanti italiani che venivano a comprare spezie e mangiare kebab. Oggi siamo solo islamici». Mohamed ha 36 anni e ogni settimana monta la sua baracca. Carica e scarica le spezie dal suo furgoncino. «Mi dispiace per ogni persona che muore per mano di una causa ingiusta. L’Isis ha a cuore solo la guerra, perché fa soldi, e non la fede. Uccide anche i fratelli musulmani. Non ha una logica se non quella del potere».

 

Fatima ha 27 anni, fa parte di quella seconda generazione di magrebini nati in Italia. Ogni venerdì arriva a Roma dalla provincia di Frosinone: «Io condanno la violenza. Questo sangue non scorre in nome dell’Islam. Ciò che mi ferisce di più è la reazione delle persone che da oggi ricominceranno a vederci come una minaccia. Come accaduto dopo Charlie Hebdo e Parigi. Anche noi combattiamo il radicalismo malato e deviato». Eppure basta spostarsi di qualche chilometro, a Tor Pignattara, uno dei quartieri a più alta densità islamica, per scoprire posizioni differenti. Ragazzi come Fatima ma con opinioni sulle stragi di Bruxelles completamente opposte.

 

Nella via centrale le botteghe con insegne arabe sono innumerevoli. I proprietari dei diversi bazar si ritrovano sull’uscio: parlano tra di loro. Qui l’italiano è lo straniero al quale non dare confidenza. «Voi venite sempre per denigrare» dice un uomo sulla sessantina. Nessuno ha voglia di scambiare due chiacchiere con noi. «Giornalisti, brutta razza. Non parlo con voi. Bruxelles? È in Belgio, altro non so». Gli obiettivi, che siano di una macchina fotografica o un cellulare, non sono graditi. «Non riprendermi, vai via. Cosa volete? Vi fate vedere sempre dopo che qualche fatto di sangue macchia casa vostra, venite qui per dire che noi siamo cattivi, voi siete ipocriti». Il pensiero sembra essere comune e basta abbassare il telefono e spegnere il registratore per scoprire che c’è chi esulta per ciò che è accaduto nell’aeroporto e nella metro di Bruxelles. «Ora scoprite cosa vuol dire guerra», dice un ragazzo. Fa parte di una comitiva di sei giovani. Hanno tutti tra i 17 e 23 anni. Non vogliono presentarsi e non dicono il Paese di origine. «Cosa vi interessa? Avete chiesto un commento su Bruxelles? Benvenuti nel nostro Mondo. Noi siamo cresciuti con la guerra, le bombe. Tu cammini e “boom”. Muore una madre, un fratello, un amico. Ora solo perché succede a voi, sembra così brutto. Quando eravamo noi a morire, voi cosa facevate? Avete mai pianto una nostra madre morta? Adesso cosa vi aspettate? Che mi metto di fronte alla telecamera per dire "not in my name"? No, non lo faccio. Perché voi occidentali siete stati i primi a incominciare questo massacro. Le conseguenze toccano tutti e ovunque. Oggi anche l’Europa è come quei Paesi dove la guerra c’è da decine di anni».

 

Voce ferma e sguardi fissi. Questi ragazzi credono in ciò che dicono. È difficile trovare solidarietà tra le strade di questo quartiere. Soprattutto tra i più giovani. I cellulari all’ultima moda stonano con i canti antichi delle suonerie che ascoltano ad alto volume. Sono affascinati dai video del terrore. «Sono ad effetto, ti fanno sentire grande e invincibile» dicono. I filmati vengono visti in comitiva sui canali di You Tube. A Tor Pignattara ogni porta può nascondere un potenziale luogo di culto abusivo dove chi predica non sempre ha scopi nobili. «Questa è la Molenbeek romana, perché non se ne accorge nessuno? Dobbiamo aspettare che accada una tragedia per intervenire?» chiede una donna italiana. «Qui comandano loro. In questi giorni ho seguito numerosi servizi giornalistici in Tv sul quartiere dove è stato arrestato uno degli attentatori di Parigi (Salah Abdeslam, ndr). Quello che ho visto è uguale a quello che vivo ogni giorno, ho avuto i brividi. Sono loro a dettare legge e se ti ribelli ti fanno pure i dispetti». Non occorre andare oltralpe per raccontare l’integrazione fallita. Benvenuti a Tor Pignattara, dove si esulta per la strage degli innocenti.

Francesca Pizzolante

Povero occidente, che futuro triste che vedo.
Postato da karmine56 il 30/03/2016 17:01
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