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Metro C, cantieri chiusi e operai a casa

Il Consorzio ha citato per danni il Campidoglio e deve incassare oltre 200 milioni Ma in ballo c’è il completamento dell’opera che dovrebbe arrivare fino all’Olimpico

Cancelli chiusi e oltre 500 operai a casa: da oggi i cantieri per la realizzazione della linea C della metropolitana di Roma sono fermi. E stavolta lo stop «a tempo indeterminato» potrebbe essere più lungo di quanto ci si possa immaginare. La decisione è stata presa dalle aziende che formano il Consorzio Metro C, ovvero Vianini Lavori (Gruppo Caltagirone), Astaldi, AnsaldoBreda (Finmeccanica), Ccc e Cmb, in polemica con Governo, Regione Lazio e Comune di Roma. Il consorzio nelle scorse settimane ha presentato istanza di risarcimento al Tribunale Civile di Roma per una somma pari a 385 milioni di euro, di cui 200 milioni sono crediti certi (pagamento Sal, servizi di manutenzione e vigilanza). Ad oggi è funzionante solamente la parte periferica del terzo metrò cittadino, mentre è in piena costruzione la tratta che va da San Giovanni a Colosseo passando per Amba Aradam. Ben 4 maxi-cantieri per tre fermate nel cuore di Roma, con lavori che nel caso di San Giovanni vanno avanti da ben 9 anni.

Dunque: niente soldi, niente opera. Basterebbe pagare? Non è così facile. Anzi. Com’è possibile che multinazionali del calibro di Vianini e Astaldi abbiano bisogno di costante immissione di liquidità? In realtà al Consorzio interessa molto di più blindare l’appalto per il futuro. Il progetto originario, infatti, vorrebbe la linea C continuare oltre Fori Imperiali e Piazza Venezia verso San Pietro e fino allo Stadio Olimpico, con conclusione dei lavori nel 2024. Lo dice chiaro e tondo il presidente del Consorzio, Franco Cristini, nella nota inviata ieri alla stampa, esprimendo «il rammarico della Società nel vedersi costretta a prendere una decisione così drastica, dovuta alla totale mancanza di dialogo anche sul futuro dell’opera». E lo si capisce anche leggendo l’atto di citazione con cui il Metro C Scpa apre l’ennesimo contenzioso di questa storia travagliata. Le imprese, fra le altre cose, contestano al Comune di Roma di non aver consegnato al Governo il progetto con il quale veniva rimodulata la prosecuzione della linea fino a Ottaviano (con l’esclusione della fermata Chiesa Nuova), motivo per il quale il Ministero Infrastrutture non ha mai finanziato l’opera per la tratta oltre Fori Imperiali. Un «grave danno economico e d’immagine» per le ditte. A questo si sono unite le dichiarazioni del maggio scorso dell’attuale ministro Graziano Del Rio, che parlando della linea C affermava che «se si deve andare avanti, bisogna cambiare i presupposti». Tradotto: chiudere questo contratto e rifare il bando.

A molti osservatori lo stallo attuale ricorda quello dell’agosto 2013, quando fu necessario il «regalo» da parte della Giunta Marino di ulteriori 90 milioni di euro sui 230 milioni già pattuiti per la ripresa dei lavori. Qui però la situazione sembra ancora più grave. Ci sono infatti 12 rinvii a giudizi presso la Corte dei Conti ai danni dell’ex super dirigente ministeriale Ercole Incalza, di 5 ex dirigenti di Roma Metropolitane e soprattutto di 6 dirigenti (fra cui proprio il presidente Cristini) del Consorzio Metro C, con una contestazione di un danno erariale pari a 135 milioni (periodo 2005-2010) per le 48 varianti miliardarie concordate negli anni; inoltre, sono in via di conclusione altre due indagini: un’altra della Corte dei Conti per il periodo 2011-2014 quella «madre» della magistratura penale. Per non parlare delle contestazioni dell’Anac, che ora indaga anche sull’assenza di tutti i permessi archeologici. Insomma: con questi presupposti, nessun politico o dirigente autorizzerebbe alcun pagamento al Consorzio. Tantomeno il commissario prefettizio Francesco Paolo Tronca, che si è detto disponibile al pagamento di appena 20 milioni di euro. Spiccioli, se consideriamo i numeri da capogiro a cui le istituzioni hanno abituato il Consorzio in questo decennio.

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